Convocazioni Accademiche

Convegno promosso dall’Accademia
presso la Sala Conferenze della Camera dei Deputati


L’AEREC per l’Internazionalizzazione delle Imprese
e per lo Sviluppo della Cooperazione Internazionale


Nel corso della prima riunione della Commissione Affari Internazionali dell’AEREC, che si svolse a Roma il 28 marzo scorso, emerse la necessità di un confronto, allargato ad interventi esterni all’AEREC ma di grande autorevolezza, sui temi legati all’internazionalizzazione delle aziende, affrontando i vari aspetti legati all’imprenditoria, alla finanza e alle istituzioni. La Presidenza ha immediatamente recepito tale necessità e nel giro di poche settimane ha preso corpo il progetto di un Convegno, dal titolo “L’AEREC per l’Internazionalizzazione delle Imprese e per lo Sviluppo della Cooperazione Internazionale” che si è poi regolarmente svolto il 27 giugno 2003 nella prestigiosa sede di Palazzo Marini, sala delle conferenze della Camera dei Deputati. Iniziativa, quella promossa dall’AEREC, pienamente riuscita non solo per la quantità e la qualità degli interventi effettuati ma anche per aver coinvolto pienamente il mondo diplomatico (erano presenti ben cinque Ambasciatori di altrettanti Paesi) che è anche il principale interlocutore dell’Accademia in vista dei progetti economici internazionali.

A coordinare il Convegno, con la professionalità e la competenza che gli sono propri, è stato invitato l’Arch. Vincenzo Valenti, Vicepresidente Ispri, membro del Comitato Direttivo dell’AEREC nonché uno dei promotori e animatori della Commissione Affari Internazionali. A lui il compito di aprire i lavori, salutando i presenti e facendosi portavoce del rammarico del Ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, il quale aveva assicurato la sua presenza al Convegno ma che era in quelle ore trattenuto da una riunione del Consiglio dei Ministri. L’Arch. Valenti ha voluto quindi sottolineare l’attualità del tema prescelto, rispetto anche a tanti aspetti di politica generale, ma anche di politica economica, che sono sul tappeto alla vigilia del semestre della Presidenza dell’Unione Europea che sarebbe iniziato da lì a pochi giorni.

Dopo il benvenuto del Presidente Carpintieri, che ha espresso la gratitudine dell’Accademia nei confronti degli autorevoli ospiti che hanno raccolto l’invito a partecipare al Convegno, l’Arch. Valenti ha salutato l’arrivo dell’Ambasciatore del Sultanato dell’Oman, particolarmente gradito poiché in quelle stesse ore impegnato con la visita ufficiale in Italia del Ministro degli Esteri dell’Oman.
L’Arch. Valenti è quindi passato a descrivere l’attività dell’AEREC sullo scenario della cooperazione internazionale.

“L’AEREC svolge una iniziativa di promozione sul piano istituzionale, imprenditoriale, economico, culturale, scientifico, finalizzata al rafforzamento della presenza del nostro paese in materia di relazioni internazionali e di relazioni di cooperazione economica, oltre che di carattere umanitario. Si schiera quindi con decisione a supporto della cooperazione internazionale, sostenendo le nostre imprese su uno scenario sempre più competitivo e non privo di difficoltà. Tra queste ultime, inserirei la prospettiva dell’allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’est e la conseguente reazione dei Paesi a sud dell’Europa; il timore, infatti, è che l’allargamento ai paesi dell’est possa causare problemi o ritardi nei processi di rafforzamento tra l’Unione Europea e i paesi della sponda africana e del Medio Oriente. Il tema è importante, perché riguarda la creazione di un’area di mercato piuttosto che un’altra e le conseguenti strategie da parte degli imprenditori.”

“Un altro problema riguarda più direttamente le nostre imprese. Queste ultime sono sicuramente supportate da un sistema di aiuti ed incentivazioni ma non vengono sostenute da un’idea globale di ‘Sistema Paese’ che consenta loro di essere fortemente incisive rispetto a quei fattori innovativi che la competizione internazionale ci pone di fronte. Ecco che questa carenza può essere supplita da un’Istituzione quale l’AEREC, che raccoglie qualificate figure sul piano imprenditoriale.”

“Solo per restare nell’ambito dell’area Medio Orientale e nel golfo Persico, conosciamo bene le grandi potenzialità e i fattori estremamente dinamici che vi sono in atto. Sappiamo cosa sta avvenendo negli Emirati Arabi, dove il Dubai sta diventando una capitale mondiale del commercio e del turismo. Sappiamo benissimo che l’Oman, assieme al Qatar, possono esercitare una grande forza di attrazione anche per investimenti provenienti dall’Europa. Sappiamo che le piccole e medie imprese possono soddisfare molte esigenze dello sviluppo economico di questi paesi. Sappiamo che lo scacchiere che comprende il Mahgreb, il Marocco, la Tunisia, la Libia, l’Algeria e Egitto, rappresenta per l’Italia e per l’Europa, il primo fronte di uno sviluppo di cooperazione che fa riferimento al partnerariato euro-mediterraneo, della conferenza di Barcellona del 95. Sono diversi gli accordi che l’Italia e l’Europa hanno con i suddetti paesi, e voglio citare in particolare il programma MEDA. Il programma MEDA è un programma comunitario, che ha stanziato ingenti finanziamenti per sviluppare la cooperazione sul fronte economico, culturale, delle riforme, delle infrastrutture e persino della pubblica amministrazione. Per quanto riguarda la Mauritania e il Camerun, qui rappresentati dai rispettivi ambasciatori, sappiamo che cercano interlocutori validi e forti per la crescita e lo sviluppo economico. Anche perché l’attualità di questi giorni, con il problema dell’immigrazione che sta avvenendo su alcuni fronti della costa africana, rimanda ad una importante questione, quella per la quale bisogna farsi carico della crescita economica di questo scacchiere del mondo. Perché l’Unione Europea ha un contatto diretto con il sud del mondo. È un contatto quotidiano, fisico, con le centinaia di migliaia di immigrati da questi paesi che si trovano nel nostro Paese. La sfida è quella di partecipare insieme ad una crescita, ad uno sviluppo condiviso con loro.”

“L’AEREC, attraverso la sua Commissione Affari Internazionali, vuole offrire uno strumento concreto, operativo per gli imprenditori ma desidera anche avere da loro quelle indicazioni che ci possono permettere di svolgere un azione che io vorrei sempre tenere collegata alla logica di un ‘Sistema Paese’ che difficilmente in Italia, si riesce a portare avanti.”

L’Arch. Valenti ha quindi introdotto l’Ing. Francesco Bruno, Vicepresidente della AT Kearney Spa e membro del Comitato Direttivo dell’AEREC.
“In questo intervento non ci proponiamo una trattazione esaustiva del tema della internazionalizzazione, ma semplicemente di portare alcuni esempi, alcune esperienze che possano essere spunti di riflessione per coloro che stanno affrontando questa problematica. In questo momento, noi costatiamo che l’internazionalizzazione è un’opportunità per le nostre aziende italiane e vorremmo che emergesse da questo incontro un suggerimento per come affrontare in modo più efficace queste problematiche. Nello stesso tempo l’internazionalizzazione è una opportunità per l’economia dei paesi emergenti, che hanno bisogno di una forza di trascinamento da parte delle aziende occidentali, per lo sviluppo industriale ed economico del loro paese. Noi stiamo affrontando nello scenario economico internazionale, una crisi che si sta protraendo da diversi anni. Negli Stati Uniti le aziende, pur faticando nel recupero di redditività negli anni precedenti e di credibilità nel mondo finanziario, per tutti gli scandali che conosciamo, sono comunque riuscite a portare un incremento della produttività pari al 2,5% nel 2002. L’Europa è sotto l’effetto dell’introduzione della moneta unica, e sulla strada di riforme strutturali che permettono di recuperare flessibilità e competitività delle aziende. In questo scenario, nell’ultimo anno, le aziende europee hanno saputo recuperare in termini di produttività poco più dello 0,5%.”

“Se noi ci concentriamo in particolare sulle aziende italiane che hanno tratto beneficio per molti anni dalla svalutazione competitiva assai più dei partners europei che operavano in paesi a valuta forte, dopo l’ingresso dell’Italia nella moneta unica europea non possono più contare su tale leva importante. Anzi, il recupero dell’euro rispetto al dollaro, lo ha posto addirittura in una posizione opposta al quale certo non erano abituati. C è una ricerca importante che è stata fatta dalla nostra società a livello internazionale su 5000 aziende per verificare in che misura queste aziende siano riuscite a crescere in termine di volume di affari e di valore per gli azionisti. E’ emerso che solo il 20% delle aziende, nell’ambito di questo importante campione, è riuscito a coniugare i due estremi: crescita del volume delle acquisizioni e penetrazione nei nuovi mercati con crescita di valore per gli azionisti. Se poi guardiamo quanto è successo a Wall Street nei mercati finanziari, negli ultimi 12 mesi, capiamo cosa vuol dire crescita di valore per gli azionisti. Detto questo, le altre leve fondamentali per il recupero di competitività delle nostre aziende, appaiono sostanzialmente tre: per prima l’innovazione di prodotto, di servizio e di processo. Secondo la competitività dei processi operativi e delle organizzazioni; infine le internazionalizzazioni. È indubbio che la leadership nell’innovazione dei prodotti e dei processi produttivi, e quindi della qualità totale del prodotto servizio, resta una delle leve più importanti per fronteggiare la concorrenza internazionale, e in particolare l’input dei paesi low cost. Basta citare l’incremento di import di acciaio degli ultimi 10 anni in Italia, per rendersi conto di che cosa significa la concorrenza dei paesi emergenti. È altrettanto importante che la competitività dei processi gestionali dell’organizzazione e dei sistemi informatici di supporto, siano adeguatamente affrontati. Molte aziende, in questo periodo di crisi, hanno bloccato gli investimenti, in particolare nell’area dell’organizzazione e del miglioramento dei processi gestionali. Altre invece hanno concentrato la loro attenzione in modo più virtuoso nel momento di crisi, sul recupero di competitività nella propria organizzazione interna, per prepararsi ad un rilancio assai più competitivo, con un potenziale molto più elevato nel momento in cui la ripresa del mercato arriverà.”

“La terza leva, quella della internazionalizzazione, naturalmente non sostituisce le precedenti, ma deve operare in maniera sinergica con essa. L’internazionalizzazione è orientata verso i maggiori mercati industrializzati. È un tema che le nostre aziende hanno affrontato da sempre, ed oggi trovare ulteriori spazi per crescere, espandendosi in mercati come la Germania, Regno Unito, Francia, Stati Uniti, è un’operazione molto complessa, che richiede ingenti investimenti. Spesso la difesa delle quote in vari mercati, è il tema dominante che si deve fronteggiare, piuttosto che l’espansione in questi mercati. La strategia dell’industrializzazione dei mercati emergenti è dunque oggi un’area di opportunità che va esplorata dalle nostre aziende per cogliere le opportunità di oggi e probabilmente di domani. Sarà una leva determinante per la crescita di queste aziende in termini di business, di creazione, di valore sostenibile per gli azionisti. La strategia di internazionalizzazione è stata interpretata da molte aziende italiane, in particolare quelle del nord est, come delocalizzazione dei siti produttivi in paesi limitrofi: Est Europa, Tunisia, e non ad esempio l’India; Paesi che offrono vantaggi di basso costo di manodopera, almeno per un certo numero di anni, si pensa quindi, facilitano l’integrazione di quei siti delocalizzati nel sistema industriale delle aziende. Questo ha permesso di recuperare competitività nella catena del valore di queste aziende.”

“Altre aziende, invece, si sono poste, con l’internazionalizzazione, l’obiettivo di penetrare grandi mercati emergenti come: la Cina, l’India; esse si sono inoltre rifornite di componenti a minor costo, a standard di qualità europee, da questi paesi. Esempi di questo genere ne troviamo in Germania: Bosch e Siemens hanno aperto fabbriche di elettrodomestici in Cina. Bosch, importa componenti dalla Cina, prodotti con standard di qualità tedesche.”

“La scelta di quali mercati emergenti affrontare non dipende solo da fattori geopolitici, ma anche dalle politiche dei paesi emergenti, verso gli investitori esteri, per facilitare e attrarre i loro investimenti. La presenza di autorevoli esponenti di questi paesi in questo Convegno, testimonia l’attenzione a questo tipo di problema. La Cina indubbiamente, ha saputo negli ultimi anni attrarre e facilitare gli investimenti per promuovere lo sviluppo industriale del paese. I risultati si vedono in modo molto chiaro. Nello scenario europeo, le agenzie per lo sviluppo regionale si sono distinte assai più di altre nell’attrarre investitori stranieri, nell’aprire nuovi siti produttivi, società, joint-ventures nel loro Paese. Quindi credo, che questi siano gli ingredienti fondamentali: da una parte una visione nuova e sempre più efficace delle strategie di sviluppo delle nostre aziende, dall’altra una politica, da parte dei paesi emergenti, di facilitazioni di questi investimenti, oltre che un’attenzione particolare alle realizzazioni concrete e a raggiungere obiettivi concreti in tempi rapidi.”

Dopo il Dott. Bruno ha preso la parola il Prof. Stefano M. Masullo, Presidente di Opus Consulting e Rettore della Libera Università di Diritto Internazionale Isfoa, per un intervento su temi finanziari.
“Nella sua ottima relazione, l’Ing. Bruno ha affermato che l’internazionalizzazione rappresenta un’opportunità. Questo poteva essere vero fino a qualche anno fa. Ormai l’internazionalizzazione è diventata un obbligo, una necessità, perché i mercati, non hanno più confini, e in particolare i mercati finanziari non li hanno mai avuti. In questo momento la finanza, è forse l’unico vero mercato internazionale. Pensiamo al mercato dei cambi: esso scambia ogni giorno l’equivalente di qualcosa come 3 milioni di miliardi di lire, in un mercato che fisicamente non esiste, perché non c’è un luogo fisico dove possono essere toccate e scambiate le valute. Il forex è un mercato autoregolamentato dagli stessi operatori, che però influenza le decisioni delle imprese e dei Governi.”

“Vorrei spendere due parole su un argomento molto delicato ed importante sul quale ho lavorato insieme ad un collega all’indomani della tragedia dell’11 settembre 2001: la finanza islamica. Quest’ultima gestisce nel mondo circa 1100 miliardi di dollari, e una parte delle motivazioni per cui il dollaro è ultimamente sceso deriva anche dal fatto che i banchieri arabi - e per arabi intendo le popolazioni di tutto il Medio Oriente, tutto l’Islam, e quindi anche la parte del Mahgreb - hanno cominciato a ritirare gli investimenti in dollari per dirottarli sull’area euro. Questo è l’effetto dell’internazionalizzazione!”

“Da uomo di finanza, però, ammonisco: la finanza non può essere fine a se stessa ma finalizzata alla realizzazione di progetti industriali. L’internazionalizzazione, è anche un network di professioni, perché ormai l’impresa non può più esistere come accadeva una volta, soprattutto in Italia, con una conduzione familiare o padronale. Perché le competenze, per stare sul mercato, sono diventate un obbligo: devi capire di finanza, internazionale, devi capire di pianificazione fiscale internazionale, devi capire di diritto. Penso, ad esempio, all’influenza che ha il Corano sul diritto e sulla finanza: una sua regola classifica come peccato mortale la corresponsione di interessi, e quindi il sistema finanziario nazionale ed internazionale si deve adeguare. La Malesia, che è un paese musulmano, ha emesso un prestito obbligazionario, sull’euromercato, di 100 milioni di dollari, ma ha dovuto creare un escamotage per poter corrispondere gli interessi agli investitori istituzionali occidentali. Ha comprato dei terreni che sono stati affittati, e con questo affitto, paga gli interessi.”
“Per concludere: l’internazionalizzazione, prima di tutto, è cultura e poi tecnica, che deve essere comunque interdisciplinare.”

Il successivo intervento è stato effettuato dal Dott. Luciano Rotondi, già consigliere della Banca Europea di Investimento e ora Consulente strategico Artigiancassa.
“Quello che mi sorprende, innanzitutto, è la ciclicità su determinati argomenti. Quando sono tornato in Italia negli anni ‘80, dopo 20 anni di banca europea, venivano organizzati convegni sull’energia in tutte le principali città d’Italia. Era, in effetti, l’epoca dell’energia e c’era anche una legge speciale del Ministero dell’Industria, che forniva contributi a fondo perduto abbastanza rilevanti per le energie alternative endogene. Successivamente, negli anni 90, è stato il turno dell’ecologia: grandi convegni sul tema della protezione dell’ambiente. Dalla metà del 2002, almeno per quello che mi riguarda, mi ritrovo ad intervenire in diversi convegni sulla internazionalizzazione delle imprese. Mi rendo conto, comunque, che se solo oggi in Romania ci sono più di 10.000 imprese italiane che lavorano, dobbiamo prendere atto di quello che è accaduto e sta accadendo da tempo.”

“Il tempo è breve, quindi mi limiterò in termini molto pratici, a formulare tre programmi di sviluppo, ricchi di risorse dell’Unione Europea a favore delle imprese. Sono programmi, naturalmente, che riguardano anche risorse disponibili per i governi, per le opere pubbliche. Il primo programma, che adesso è stato modulato in termini molto più facili per le imprese che non precedentemente, è quello che riguarda i paesi dell’Est Europa, soprattutto quelli che hanno fatto domanda di adesione all’Unione Europea. Il nuovo sistema prevede una collaborazione fra la Banca Europea, le banche locali cui sono state allocate queste risorse, e l’UE che è il fornitore delle risorse a fondo perduto. Ma l’istruttoria sul progetto, questa è la grande novità, e sul finanziamento, non si fa più in due sedi separate, cioè la Banca e il Ministero governativo. Adesso il sistema è cambiato, nel senso che le banche che posseggono le risorse della banca europea, sono le stesse che effettuano l’istruttoria per i fondi di contributo a fondo perduto a favore delle imprese, che possono arrivare fino al 70% del costo del progetto.”

“Il secondo programma è il MEDA, quello valevole per i paesi del mediterraneo, anch’esso ricco di risorse, cui faceva prima riferimento l’Arch. Valenti. L’epicentro del sistema è sempre la Banca Europea per gli Investimenti, la quale mette a disposizione di banche locali come le tunisine, le egiziane, le marocchine etc, delle risorse da utilizzare né più né meno, come già fa nei paesi del mercato comune tipo l’Italia. Si tratta di contributi non a fondo perduto, ma sotto forma di partecipazione al capitale, e finalizzati alla creazione di imprese miste; a questo punto la partecipazione al capitale che raggiunge il 20% del capitale di impresa viene messo a disposizione soltanto se si creano imprese miste.”

“Il terzo programma dell’UE, è un mega programma, il cui protocollo è stato rinnovato recentemente. È il programma in favore dell’Africa cosiddetta Nera che prevede risorse a fondo perduto per 5 anni, pari a 11 miliardi di euro a favore dei programmi socio-economici dei governi che non debbano avere però redditività finanziaria. Parliamo di scuole, di acqua, ospedali, strade, cioè tutto quello che serve a questi paesi per svilupparsi. Questa attribuzione a fondo perduto, che copre il 100% di ciascun progetto, deve essere rigorosamente pubblica, governativa e – ripeto - esente da qualsivoglia redditività finanziaria (per esempio, non può riguardare una centrale elettrica poiché la produzione di energia sottintende redditività finanziaria). A latere, esiste una risorsa bilaterale BEI- UE di 4 miliardi di euro a favore dei progetti pubblici e privati che hanno una redditività finanziaria. La BEI, finanzia questi progetti, sempre con il solito sistema, coprendo il 50% del costo di ciascun progetto, ma viene agevolata con i fondi dell’UE nell’ambito del tasso di interesse così che quest’ultimo, per questi progetti a redditività finanziaria, pubblici o privati, può arrivare fino ad un tasso finale dell’1%.”

“Per concludere: l’imprenditore che intende operare all’interno di tutti i Paesi coinvolti in tali progetti, non potrà fare a meno di consulenze, cioè del supporto degli esperti. Fin dalla prima fase, cioè quella della preparazione della documentazione da presentare per poter accedere a queste provvidenze, la quale dovrà essere formulata e presentata correttamente, perché possa sperare che la domanda venga accettata dagli organismi finanziatori. Poi è necessario che gli imprenditori che si recano nei vari Paesi siano accompagnati da persone competenti e che conoscano perfettamente la lingua del paese ove si recano. E che sappiano riconoscere i millantatori. Sapeste quante volte, dall’apertura delle frontiere con i Paesi dell’Est, ho sentito dire: ‘Non ti preoccupare.. io conosco il Presidente.’. Il sistema va affrontato nel senso della operatività, e non con la conoscenza del Presidente!”

A conclusione dell’intervento del Dott. Rotondi, l’Arch. Valenti ha voluto fare alcune considerazioni:
“L’internazionalizzazione è un processo di filiera, che va perseguito con le metodologie e con l’approccio che il Dott. Rotondi correttamente e validamente proponeva. La considerazione che si faceva prima – la necessità che il paese affronti questa sfida in chiave di sistema, vuol dire proprio questo: fare anche cultura dell’impresa. Non c’è altra strada, non c’è approccio episodico, strumentale a questa sfida, se non quella di perseguirla con qualità, l’assistenza necessaria, i supporti necessari, la progettualità necessaria, la finanza di supporto, senza questo un progetto non può andare avanti.”

“Sta per decollare un progetto di Banca Mediterranea dello Sviluppo, che sarà un riferimento importante per lo sviluppo di quella cooperazione tra nord e sud cui facevamo accenno prima. Anche questa è un’opportunità che vede le imprese italiane come un referente che non può mancare.”
“L’altra considerazione del Dott. Rotondi, era quella della necessità di affidarsi, da parte dell’imprenditoria, ai giusti supporti. Da questo punto di vista volevo tornare a citare l’attività della Commissione Affari Internazionali dell’AEREC che vuole essere, da questo punto di vista, un punto di riferimento, di sostegno, di informazione, di contatto, affinché l’attività dell’imprenditore sia orientata, informata, seguita con la necessaria correttezza di approcci, e complessità di incisività, che è necessaria affinché poi l’operazione che si intende perseguire giunga a buon fine.”

È stato quindi il turno dell’Ambasciatore della Mauritania, S.E. Hamoud Ould Ely, anche membro del Comitato d’Onore dell’AEREC.
“Non è la prima volta che partecipo a queste importanti e utili iniziative promosse dall’AEREC, della quale apprezzo il ruolo che svolge per l’avvicinamento tra i paesi e le culture imprenditoriali.”

“L’Africa è un continente molto vecchio che ha tante ricchezze, tante risorse, che ha conosciuto un lungo periodo di colonizzazione e che dopo l’indipendenza e la sovranità conquistata, vede ogni Stato darsi una organizzazione, allacciando dei legami di cooperazione con tutti i paesi di buona volontà. I paesi africani hanno ricchezze prodotte dal petrolio, dalle miniere, dalla pesca, e naturalmente dal turismo e dalla ricchezza delle risorse umane. Alcuni paesi sono occupati in processi di democratizzazione con buon successo. Alcuni di questi paesi, tra cui Mauritania, Tunisia, Marocco, Libia, trattengono delle ottime relazioni con gli altri paesi dell’Europa, e del mediterraneo. I dialoghi vertono sulla cooperazione, non solo economica ma anche culturale e naturalmente sui temi della sicurezza, che oggi interessano tutti i paesi del mondo. La Mauritania, che io qui rappresento, intrattiene legami stretti con l’Italia. Ha molte potenzialità per la cooperazione, particolarmente nella pesca, nel turismo, e nelle infrastrutture. Pensiamo, entro pochi anni, di iniziare anche la produzione del petrolio. Ma perché la cooperazione possa svilupparsi positivamente, occorre che ci siano degli scambi effettivi anche tra persone, tra gli operatori economici. Questa è la direzione del lavoro che stiamo svolgendo e al quale mi auguro che l’AEREC, che ha già offerto varie occasioni al mio paese, voglia proseguire ad offrire il suo contributo.”

L’Ambasciatore di Algeria in Italia, S.E. Moktar Reguieg, ha iniziato il suo intervento manifestando il suo personale piacere nell’aver aderito all’invito dell’AEREC che ”può essere uno strumento adatto ai nostri scopi, utile innanzitutto per scambiare idee ed opinioni e fare un po’ di luce nel complesso programma di reciprocità, di scambi e di cooperazione.”
“Ho partecipato in questi ultimi giorni a numerose riunioni, a Roma, Palermo e Milano, nell’imminenza del nuovo semestre di presidenza italiana dell’UE. Al centro del dibattito c’è anche la cooperazione tra paesi mediterranei. Dico subito che l’Algeria dà una certa importanza a questo semestre perché noi conosciamo la sensibilità dei nostri amici italiani per quello che riguarda la mediterraneità. Consideriamo l’Italia, in un certo senso, un ponte ideale tra l’Europa e il mio paese. Tra i nostri paesi ci sono importanti relazioni economiche, con un volume di scambio di circa quasi 6 miliardi di dollari nel 2002, e queste cifre sono destinate ad aumentare, perché abbiamo diversi progetti in atto. Ci sono progetti importanti nel settore energetico e in altri settori tra i quali quelli che riguardano la produzione di alcuni materiali che sappiamo possano interessare il vostro paese. Credo che ci siano tutte le carte in regola perché questa cooperazione possa crescere ulteriormente, anche nell’ambito di un rapporto politico tra i due paesi. Pensate che l’Algeria si trova a soli 235 km dal sud della Sardegna!”

“L’Algeria è un paese sensibile agli investimenti esteri e può offrire molto in vari settori. Nell’aprile del 2002 abbiamo firmato un accordo a Valencia che segue quello sottoscritto a Parigi negli anni ’70 che gettava le basi per la cooperazione con l’Europa. Sinceramente, però, non condivido l’entusiasmo per il programma MEDA, mi sembra come quando qualcuno ha fame e gli si da un bicchiere d’acqua. Se vogliamo parlare di cooperazione, di partnerariato, bisogna creare un flusso di capitali e di energia verso il nostro paese, oltre che di tecnologia. Perché insieme dobbiamo fare la guerra alla povertà e se non lo faremo sarà la povertà a fare la guerra a noi.”

“Sono stato in Sicilia qualche giorno fa e ho visto le vittime dei trafficanti di merce umana sbarcare sulle coste dell’isola. Sono sicuro che se questa gente avesse il lavoro a casa e se non si trovassero sull’orlo della disperazione, non verrebbero né in Sicilia né in nessun altro posto. Noi abbiamo una responsabilità comune, quella di assicurare condizioni minimali a queste popolazioni. Per questo dobbiamo lasciare da parte un certo egoismo.”

“Per tornare al partnerariato euro-mediterraneo, sappiamo che ci sono iniziative importanti come quella sulla fondazione euro-mediterranea, basata sul dialogo culturale. Poi c’è questa banca euro-mediterranea, che ancora deve partire. Tutte queste iniziative ancora non hanno prodotto nulla di tangibile. Noi abbiamo la sensazione in Algeria, che esista ancora un certo distacco, una certa presa di distanza da parte di alcuni paesi europei verso di noi. Non mi riferisco naturalmente all’Italia, ma alla UE in generale, che in questo momento sta guardando molto ad est. È un suo diritto più che legittimo ma noi diciamo semplicemente che bisognerebbe anche colmare il divario che c’è tra nord e sud. Questa è la vera sfida, e abbiamo i mezzi per poterla affrontare. Ma dobbiamo fare meno discorsi, e prendere invece misure concrete. Crediamo nella comunità dei destini, nel senso delle responsabilità comuni. In qualità di paese africano, arabo, in qualità di paese mediterraneo, l’Algeria vuole colmare questo divario, vuole dare il suo contributo a questa unione di pace, di fratellanza, perché sicuramente merita anche questo”.

Dopo aver sottolineato come questo Convegno stia prendendo in grande considerazione i rapporti con i paesi a sud dell’Europa, l’Arch. Valenti ha dato quindi la parola all’Ambasciatore del Sultanato dell’Oman in Italia, S.E. Yahya Abdullah Salim Al-Araimi, il quale ha esposto le opportunità presenti nel suo paese.
“Parlerò dei settori che potrebbero interessare le imprese italiane e inizierò subito con il dare alcuni elementi importanti che riguardano il mio paese dove vi è una economia aperta e pienamente integrata in quella mondiale.”
Membro del WTO, l’Oman è un paese politicamente stabile, che ha un settore pubblico molto produttivo ed efficiente, un settore finanziario forte, in particolare quello bancario, e una leadership importante. Abbiamo anche un sistema di controllo efficiente nei confronti delle grandi compagnie. Abbiamo un sistema di imprese internazionali, ben affermate nel nostro paese. Per quanto riguarda le imprese straniere, utilizzano gli standard, normalmente utilizzati nel settore internazionale e la proprietà dell’impresa è assolutamente aperta. Ogni investitore internazionale può tenere la sua impresa con il proprio nome. Se invece vuole registrare la propria impresa come una tipica impresa dell’Oman, potrà controllarla fino al 70%, lasciando che il 30% venga controllato da imprenditori locali.”

“L’Oman è localizzato all’interno dell’Oceano Indiano, abbiamo una costa lunga 2300 km, quindi è un paese molto ricco nel settore della pesca, per il quale ci potrebbero essere sviluppi importanti con le imprese italiane. La qualità del pesce è molto varia, e negli ultimi due anni abbiamo cercato di penetrare il mercato italiano, constatando un aumento del 300%, fino ad arrivare a 23 milioni di unità. Di cosa abbiamo bisogno in questo settore? Il punto debole di questa attività è rappresentato dalla flotta, ovvero scarseggiano le navi che possano spingersi in alto mare. Penso che da questo punto di vista le imprese italiane possano fare molto.”

“Il secondo settore, è quello dell’energia. Il settore del mercato del gas, è diviso in tre parti: quella del terminal, per il quale il gas viene immagazzinato e localizzato all’interno del porto. Poi abbiamo quella del trasporto del gas, conduttore compreso. E poi c’è la parte commerciale che porta alla vendita del gas stesso ai vari clienti internazionali. Il settore del gas, in Europa, è stato liberalizzato: noi abbiamo una buona quantità di gas a disposizione, e abbiamo sviluppato importanti partnership con settori giapponesi e tailandesi. Attualmente stiamo sviluppando un importante progetto per il primo terminal in Spagna.”

“Il terzo settore è quello del turismo, per il quale il governo sta attuando molte iniziative. Noi abbiamo bisogno di sfruttare questo settore, per diversificare la nostra economia, e stiamo fornendo importanti fondi a chi è interessato ad investire. Si tratta di finanziamenti che possono essere sotto forma di prestiti o di contributi a fondo perduto. All’interno dell’Ambasciata abbiamo un ufficio commerciale che può fornire tutte le informazioni e l’assistenza utile per sviluppare progetti nel settore del turismo.”

“Un altro, ulteriore settore è quello dei servizi. In questo settore noi cerchiamo di commercializzare la localizzazione delle imprese all’interno del nostro paese.. Tenete presente che l’Oman, grazie alla sua posizione geografica e alla sua stabilità politica e sociale, è un paese che può essere facilmente utilizzato come un punto di smistamento per raggiungere India, Pakistan, ed altri importanti paesi, consentendo di risparmiare e di rendere più competitive le merci e maggiore il profitto. Non abbiamo problemi finanziari e siamo in grado di sostenere molti progetti.”

L’Ambasciatore della Costa d’Avorio, S.E. Zady Richard Gbaka, il quale ha innanzitutto ringraziato l’AEREC per il progetto umanitario che sta portando avanti nel suo paese, si è associato alle parole degli altri Ambasciatori riguardo alla necessità dei paesi africani di occupare un proprio spazio al centro della questione della sfida economica.

“Qualche dato numerico sull’Africa: parliamo di 340 milioni di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno, di un altissimo un tasso di mortalità infantile, di mancanza di acqua potabile, di un’aspettativa di vita pari a 54 anni e di un tasso di alfabetizzazione tra i ragazzi che hanno più di 15 anni che è appena del 41%. Ci sono, infine, 18 linee telefoniche per 1000 persone, quando nel mondo si parla di 146 linee.”
“Credo che queste statistiche non siano molto incoraggianti. C’è fortemente il bisogno di creare le condizioni economiche per lo sviluppo; dagli interventi dei miei colleghi della Mauritania e dell’Algeria, avrete potuto capire che i governi africani e il popolo africano hanno veramente delle potenzialità e non vogliono rimanere al di fuori del processo di sviluppo.”

“Il Neban, è un nuovo programma di partnerariato, di sviluppo economico che ha cercato di dare un po’ il senso di orientamento, chiedendo al settore privato di venire in soccorso dell’Africa, perché il bilancio dell’aiuto allo sviluppo ha impoverito l’economia e l’intervento dei privati appare oggi fondamentale per poter sostenere la rinascita economica di questi paesi. Ciò, ovviamente, in un clima di stabilità e di pace, perché naturalmente i conflitti, le guerre non favoriscono gli imprenditori e i loro investimenti. Dobbiamo quindi sostenere quei paesi che mettono in atto un processo di democratizzazione. Sapete che le economie africane hanno ereditato un sistema coloniale e che oggi c’è la volontà forte di correggere le disfunzioni con tutto il rigore del funzionamento economico, con la qualità del governo, con elezioni democratiche rappresentative, con grandi riforme economiche per attrarre gli investitori, nel quadro nazionale e regionale. Parliamo del Mahgreb, dei paesi mediterranei, dell’Africa occidentale con la Costa d’Avorio e i paesi limitrofi, dell’Africa australe.”

“Credo che incontri come questo siano molto utili per noi ad esprimere le nostre potenzialità e ciò che possiamo offrire agli imprenditori italiani ma anche per aiutare i nostri imprenditori a conoscere e capire le vostre aspirazioni e le vostre aspettative.. Non dovete avere paura di spostare dei capitali dai paesi europei in Africa. Vi prego di credere che siamo ben determinati e sempre presenti per informarvi sulla nostra economia in modo che voi siate sufficientemente ispirati. Non vogliamo che questo continente rimanga al margine dello sviluppo. Abbiamo bisogno di imprenditori seri, che vogliano aiutare la nostra potenzialità economica nell’ambito globale, perché i nostri paesi possano progredire ed evitare il dramma dell’emigrazione.”

Dopo aver salutato anche la presenza dell’Ambasciatore del Camerun, S.E. Michael Tabong Kima, l’Arch. Valenti ha passato la parola al Dott. Luigino Combetto, Presidente della Martini & Rossi spa, per descrivere l’esperienza della sua azienda sullo scenario internazionale.

“Parlare di internazionalità e di Martini & Rossi è parlare di un binomio imprescindibile, perché se oggi il marchio Martini è così famoso nel mondo, è perché quando questa società nacque 140 anni fa, il 30 giugno del 1863, una delle prime scelte strategiche fu quella di uscire dal mercato domestico, in un momento in cui era detenuto da forti concorrenti, poi scomparsi, quali Carpano, Riccadonna e Cinzano. Fummo quindi obbligati ad uscire dall’ambito territoriale domestico, per cercare avventure all’estero, una scelta che fece poi la ricchezza dell’azienda stessa.”

“Diciamo che in questi 140 anni, la società ha vissuto quattro o cinque momenti storici importanti: credo che riassumerli brevemente sia utile per chi si mette oggi nell’ottica di rendere la propria azienda internazionale, anche se la nostra azienda li ha affrontati in tempi diversi e con metodologie diverse.”

“Dal 1863 al 1900. l’azienda cercò di penetrare i mercati stranieri, soprattutto quei mercati dove l’immigrazione italiana era più elevata, come il Sud e il Nord America, ma anche paesi come il Giappone e la Tailandia, commercialmente inconsueti per quei tempi. All’inizio del 1900, la società fatturava già 900 mila lire, che è una somma enorme. Fino al 1940 c’è stata l’espansione multinazionale, ovvero l’affermazione in molti paesi con la costruzione di centri di produzione principalmente in Europa ma anche in Sud America, ovvero in tutti quei paesi, dove era possibile trovare del vino di qualità, ingrediente di base (75%, il resto è composto da erbe miscelate ed alcool) nella produzione del vermouth.”

“Durante la Seconda Guerra Mondiale, che dissanguò molto la società perché parecchi stabilimenti andarono distrutti, la società continuò a pagare costantemente gli stipendi ai propri dipendenti, pur essendo chiusa, creando una di quelle basi fondamentali del successo imprenditoriale che è la fidelizzazione delle proprie risorse umane. Alla fine del 1945, la società si trovò però sull’orlo del fallimento e chiese allora - e fu l’unica volta nella sua storia - un supporto alle banche, con un prestito obbligazionario di 100 milioni di lire.”

“Dal 1950 al 1976, si è avuto il grande sviluppo internazionale, non solo del prodotto base del Martini, ma anche l’acquisizione di altri brand internazionali, perché il gruppo Martini detiene brands in tutto il mondo del beverage alcolico, spirits e meno alcolico. Attraverso questo nuovo impulso, fu possibile creare un finanziamento che permise l’esplosione della comunicazione. Già nella metà degli anni Trenta, con i famosi “concerti Martini”, l’azienda aveva iniziato un’opera di sponsorizzazione non solo culturale ma anche sportiva, e questo rese importante e sempre più conosciuto nel mondo il nostro prodotto. Dopo la guerra con l’avvento della televisione, la società fu una della prime a fare pubblicità con questo nuovo media. Intanto proseguiva con le sponsorizzazioni e la comunicazione istituzionale attraverso la creazione delle famose ‘Terrazze Martini’, non solo in Italia ma a Parigi, Londra, Barcellona, Bruxelles, sud America.”

“Gli ultimi eventi che hanno permesso l’affermazione del nostro business e del nostro marchio, sono legati alla creazione, all’inizio degli anni 70, del gruppo Martini & Rossi. Prima di allora, il gruppo aveva società singole, detenute direttamente dagli azionisti nei diversi paesi: tra il 1973 e il 1974 queste società si riunirono e venne creato il gruppo internazionale con sede in Lussemburgo. L’altro fatto altrettanto importante è avvenuto nel 1993, quando il gruppo Martini ha incontrato il gruppo Bacardi, il più grande produttore americano di Rum portando oggi il gruppo, dopo la fusione, al 4° posto nel settore del beverage a livello mondiale. Quest’anno abbiamo superato i 3 miliardi di dollari di fatturato, abbiamo 6000 dipendenti nel mondo con un utile, al netto delle imposte, che supera il 12-13%, per cui siamo un gruppo finanziariamente ed economicamente molto solido. Abbiamo delle strategie globali, sia in termini di acquisti, che per quanto riguarda il settore del marketing e dei prodotti. Una della cose che ci differenzia da molte altre aziende sotto l’aspetto della gestione, è la grande autonomia che ogni paese ha nel raggiungere i suoi obiettivi. Gli interessi generali, infatti, sono poi personalizzati paese per paese, perché il vissuto, il modo di percepire il prodotto, i prodotti cambiano molto da paese a paese. Credo che questo sia un atout che ha il nostro gruppo rispetto anche ad altri gruppi più importanti che normalmente hanno strutture, sia per quanto riguarda il marketing che la produzione, fortemente centralizzate e scarsamente sensibili rispetto alle problematiche dei singoli paesi.”

“Sicuramente nel nostro settore la globalizzazione va ancora avanti, nel senso che ci saranno ancora altre acquisizioni. Noi siamo compratori e non venditori, siamo una società di famiglia completamente a capitale privato, anche se i nostri azionisti sono più di 400, per cui la gestione è totalmente in mano a managers sia di ceppo Bacardi che Martini, anche se da pochi mesi fa il CEO globale è di provenienza Martini, e per noi europei questo è un grande onore. La fusione di questi due grandi gruppi è stato di un’efficacia incredibile, perché eravamo totalmente complementari sia in termini di struttura, che di prodotti. Il gruppo Bacardi è molto forte negli Stati Uniti, il gruppo Martini in Europa. Tutti e due estremamente deboli in Estremo Oriente, nel quale stiamo cercando di recuperare il terreno perso rispetto ad altre società.”

“Credo che oggi sia importante, nell’azienda, gestire il prodotto, la struttura, il controllo dei costi. Ma un manager, oggi, per gestire bene la sua azienda, deve gestire la filiera dell’azienda. Se noi non ci rendiamo conto delle necessità di chi ci sta attorno, sia a monte che a valle, probabilmente possiamo commettere degli errori. Le chiavi di successo del nostro gruppo sono da ricercare innanzitutto nelle risorse umane, che il nostro gruppo tiene in grande evidenza come primo patrimonio. Noi abbiamo un turn over bassissimo e credo che i nostri stipendi siano nella media alta, anche se non sono altissimi. E dai nostri uomini abbiamo il massimo ritorno, anche in termini di creatività. Molto spesso, infatti, i nostri nuovi prodotti e i nostri nuovi lanci nascono proprio dai nostri uomini, piuttosto che dai grandi centri di studio. Pensiamo, ad esempio, a questo nuovo ‘breezer’ che sta avendo un successo importante: esso è stato creato non in uno studio di marketing, ma è venuto spontaneamente, dalla base. Poi ci sono i prodotti coi quali bisogna avere sempre un atteggiamento, in termini di comunicazione, duraturi nel tempo. Gli ‘up and down’, gli ‘stop and go’, infatti, sono pericolosissimi e per noi, infatti, è stato fondamentale avere un tipo di messaggio che creasse attorno al prodotto, un mondo, un mito, che va costantemente difeso nel tempo, così come la qualità del prodotto deve essere costante.”
“C’è infine il discorso economico-finanziario per cui un’azienda, per poter giustamente progredire e migliorare nel tempo, deve avere quei giusti equilibri interni, fondamentali per poter autofinanziare le sue necessità. Molte aziende, soprattutto a livello internazionale, sono andate incontro a grossi fallimenti, pensando di spingere e pubblicizzare i prodotti attraverso la molla dei prestiti. I prestiti si possono fare per investimenti, ma mai per finanziare la pubblicità. Le risorse per finanziare la pubblicità, devono arrivare dall’interno, mai dall’esterno.”

“Questa è la testimonianza di una società, di un gruppo che è fatto di uomini, di grandi marchi, e che ha un futuro molto positivo.”

A questo punto l’Arch. Valenti ha introdotto l’intervento dell’On. Pier Luigi Polverari, titolare della società Apreite che a Tunisi promuove la cooperazione fra il Sistema Italia e il mercato e l’economia tunisina.
“Tra i vari interventi finora effettuati, tutti interessanti e dai contenuti condivisibili, vorrei soffermarmi su quello dell’Ambasciatore dell’Algeria il quale lamentava l’eccessiva balcanizzazione dell’Europa. Ciò non può non preoccupare il nostro paese che è interessato, sia economicamente che culturalmente e geograficamente, alla sponda sud del Mediterraneo. L’Italia, a mio parere, ha un grande ruolo da svolgere a favore di Paesi come la Tunisia.”

“La presidenza italiana della Unione Europea, nel prossimo semestre dovrà, prendere sul serio questo messaggio e credo che il presidente Berlusconi l’abbia fatto, almeno nelle intenzioni. Vedremo adesso i fatti, contando che l’incontro dei 5 più 5 che avverrà a Tunisi a dicembre, il convegno a Napoli sull’economia e una serie di impegni annunciati, portino il tema al centro dell’attenzione anche di chi caparbiamente vuole dimenticare il mediterraneo.”

“Sono sette anni che sto in Tunisia, ho ‘sposato’ la causa del sud del mediterraneo ed in particolare della Tunisia, perché ritengo che sia una causa giusta. La Tunisia è un paese che non ha materie prime come l’Italia ma che ha sviluppato la manodopera, la formazione, l’istruzione. Pensate che in Tunisia c’è il 99% di alfabetizzazione e c’è un capitale formativo, sia a livello universitario che di scuole superiori, notevolissimo. Il processo che si appresta a vivere è modellato secondo l’esempio dello sviluppo italiano della piccola e media impresa. Non vi è altra possibilità da parte della Tunisia, non avendo materie prime e non potendo pensare a grandi imprese.”

“La storia degli italiani in Tunisia non è una storia di colonizzazione, ma una storia di lavoro. Pensate che all’inizio del ‘900, su 200.000 abitanti di Tunisi, 70.000 erano italiani, medici, operai, falegnami, pescatori. Gli italiani hanno insegnato ai tunisini i mestieri e le professioni e di questo la popolazione è molto riconoscente, al punto da accoglierci come fratelli.”
“Dal punto di vista economico e commerciale, la Tunisia è terra di trasformazione: c’è un costo del lavoro pari ad un quinto di quello italiano e l’esenzione fiscale totale per 10 anni per coloro che trasformano i prodotti e li riesportano. Per quanto riguarda gli assetti societari, non c’è alcun tipo di restrizioni: il capitale di una società, quindi, può essere italiano al 100%. La Tunisia, tra l’altro, è stata tra le prime a stipulare un accordo con la Comunità Europea per entrare nell’area di libero scambio, che verrà attivata nel 2008. Si tratta, quindi, di un Paese in cui le condizioni per lavorare sono estremamente favorevoli, anche sotto il profilo della sicurezza personale e dell’impresa, considerata la stabilità politica che c’è ormai dal 1956.”

“L’altro aspetto da considerare è il piano decennale per gli investimenti e le grandi opere della Tunisia. Attualmente sono previste le realizzazioni di tre grandi opere stradali, di diverse dighe e di un grande aeroporto, che si farà a Fida, a sud di Hammamet, che prevede di essere un polo importante per tutto il Nord Africa. Il piano è stato presentato proprio la settimana scorsa a Cartagine e il 3 luglio sarà presentato dalla mia agenzia, la Apreite, insieme all’Ambasciatore tunisino a Roma, alla Camera di Commercio italo-tunisina e all’Istituto del Commercio Estero in un’aula del Parlamento italiano.”

L’Arch. Valenti ha quindi ceduto la parola al Prof. Roberto Tassinari, membro del Comitato Direttivo dell’AEREC e Presidente della Commissione per l’Internazionalizzazione delle Imprese.
“Il tema del Convegno di oggi mi vede personalmente interessato, visto che mi occupo di questa Commissione per l’Internazionalizzazione delle Imprese, voluta tra gli altri dal ministro Urso. Io credo che il processo di internazionalizzazione, è un qualcosa al quale l’Italia non può e non deve sottrarsi. In base alle mie esperienze, è indubbio che in Africa, o meglio nei paesi africani in via di sviluppo, ci siano le migliori opportunità di investimenti. Non mi riferisco, ovviamente, a quei paesi come il Sudafrica dove non hanno più bisogno degli investimenti strutturali del progetto NEPAD, che è il nuovo partnerariato per lo sviluppo africano che dà dei sostegni per le strutture di base.”

“In quanto ai settori del Baltico, si tratta di paesi in via di transizione, cioè che hanno bisogno di altri tipi di interventi e di sviluppo. Nelle mie frequenti missioni all’estero, ha potuto riscontrare che in molti paesi del Baltico l’Italia è pressoché assente negli investimenti, mentre è molto presente nel nord della Romania. In questo caso, però, non si può parlare di un vero e proprio processo di internazionalizzazione, perché lì sono operative molte aziende del nord est italiano che hanno semplicemente trasferito pezzi di azienda per risparmiare sulla manodopera. Ma l’internazionalizzazione non è delocalizzazione, non è andare a fare un prodotto in paesi a basso costo di manodopera e poi reimportarlo in Italia scrivendoci ‘made in Italy’ Questo fenomeno è tra l’altro molto discutibile: penso ad esempio a pompe costruite all’estero ma che risultano di nazionalità italiana, la cui azienda produttrice si ritrova a fare assistenza senza averle fabbricate!”

“Dobbiamo stare molto attenti che il processo di internazionalizzazione avvenga nei modi e nei termini giusti. È un’occasione preziosa che l’Italia non deve farsi sfuggire, perché se non andiamo noi a fare gli investimenti ci andranno altre nazioni. Ho conosciuto realtà di internazionalizzazione in cui sono presenti olandesi, spagnoli, greci e gli italiani non ci sono. Credo che gli imprenditori debbano fare degli sforzi, perché sono loro la materia prima del processo, più che i governi e le istituzioni. L’AEREC sollecita questi sforzi, chiedendo agli imprenditori italiani di venire con noi a verificare come ci siano enormi possibilità di investimento e di sviluppo, in molti paesi del mondo. La settimana scorsa ero in Grecia per firmare dei protocolli su importanti progetti, e mi hanno portato a pranzo in una zona del centro storico nei pressi dell’Acropoli dove è in atto un grande programma di risanamento, come in tutta Atene peraltro. Un dirigente mi ha detto che le case della zona, fino a 7-8 anni fa, erano in vendita a pochi milioni e nessuno le voleva acquistare. Oggi, a distanza di qualche anno, le stesse case vengono vendute a 250- 300 milioni di vecchie lire. Questo è il tipo di guadagno che si può realizzare, investendo all’estero!”

Le conclusioni del Convegno sono state affidate al Presidente Carpintieri il quale, dopo aver ringraziato tutti gli intervenuti, ha ribadito che la Commissione Affari Internazionali, dell’AEREC promuove con vigore l’idea di aiutare le imprese italiane che vogliono espandersi e internazionalizzarsi. “Lo farà con gli strumenti che le sono consoni, quindi con l’intervento di personaggi qualificati, che sanno quello che fanno, che possono dirigere i progetti, seguirli, pilotarli per ottimizzare tempi, costi, energie e quant’altro. Il credito internazionale che l’AEREC ha maturato ci mette in condizione oggi di poter lavorare seriamente, senza tentare avventure, ma intraprendendo un cammino di sicuro successo. È necessario, però, che gli imprenditori tirino fuori tutto il loro coraggio ed intraprendenza, potendo contare su una struttura organizzata come la nostra che può dare il massimo della competenza, dell’assistenza, e dell’affidabilità”.


(Si ringrazia Aurelio Carpintieri per la collaborazione nella stesura del testo)


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