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L’AEREC per l’Internazionalizzazione delle Imprese
e per lo Sviluppo della Cooperazione Internazionale
Nel corso della prima riunione della Commissione Affari Internazionali
dell’AEREC, che si svolse a Roma il 28 marzo
scorso, emerse la necessità di un confronto, allargato ad interventi
esterni all’AEREC ma di grande autorevolezza, sui temi legati
all’internazionalizzazione delle aziende, affrontando i vari aspetti
legati all’imprenditoria, alla finanza e alle istituzioni. La
Presidenza ha immediatamente recepito tale necessità e nel giro di
poche settimane ha preso corpo il progetto di un Convegno, dal titolo
“L’AEREC per l’Internazionalizzazione delle Imprese e per lo
Sviluppo della Cooperazione Internazionale” che si è poi
regolarmente svolto il 27 giugno 2003 nella prestigiosa sede di
Palazzo Marini, sala delle conferenze della Camera dei
Deputati. Iniziativa, quella promossa dall’AEREC, pienamente
riuscita non solo per la quantità e la qualità degli interventi
effettuati ma anche per aver coinvolto pienamente il mondo diplomatico
(erano presenti ben cinque Ambasciatori di altrettanti Paesi) che è
anche il principale interlocutore dell’Accademia in vista dei progetti
economici internazionali.
A coordinare il Convegno, con la professionalità e la competenza che
gli sono propri, è stato invitato l’Arch. Vincenzo Valenti,
Vicepresidente Ispri, membro del Comitato Direttivo dell’AEREC nonché
uno dei promotori e animatori della Commissione Affari Internazionali.
A lui il compito di aprire i lavori, salutando i presenti e facendosi
portavoce del rammarico del Ministro per i Rapporti con il Parlamento
Carlo Giovanardi, il quale aveva assicurato la sua presenza al
Convegno ma che era in quelle ore trattenuto da una riunione del
Consiglio dei Ministri. L’Arch. Valenti ha voluto quindi sottolineare
l’attualità del tema prescelto, rispetto anche a tanti aspetti di
politica generale, ma anche di politica economica, che sono sul
tappeto alla vigilia del semestre della Presidenza dell’Unione Europea
che sarebbe iniziato da lì a pochi giorni.
Dopo il benvenuto del Presidente Carpintieri, che ha espresso
la gratitudine dell’Accademia nei confronti degli autorevoli ospiti
che hanno raccolto l’invito a partecipare al Convegno, l’Arch. Valenti
ha salutato l’arrivo dell’Ambasciatore del Sultanato dell’Oman,
particolarmente gradito poiché in quelle stesse ore impegnato con la
visita ufficiale in Italia del Ministro degli Esteri dell’Oman.
L’Arch. Valenti è quindi passato a descrivere l’attività dell’AEREC
sullo scenario della cooperazione internazionale.
“L’AEREC svolge una
iniziativa di promozione sul piano istituzionale, imprenditoriale,
economico, culturale, scientifico, finalizzata al rafforzamento della
presenza del nostro paese in materia di relazioni internazionali e di
relazioni di cooperazione economica, oltre che di carattere
umanitario. Si schiera quindi con decisione a supporto della
cooperazione internazionale, sostenendo le nostre imprese su uno
scenario sempre più competitivo e non privo di difficoltà. Tra queste
ultime, inserirei la prospettiva dell’allargamento dell’Unione Europea
ai paesi dell’est e la conseguente reazione dei Paesi a sud
dell’Europa; il timore, infatti, è che l’allargamento ai paesi
dell’est possa causare problemi o ritardi nei processi di
rafforzamento tra l’Unione Europea e i paesi della sponda africana e
del Medio Oriente. Il tema è importante, perché riguarda la creazione
di un’area di mercato piuttosto che un’altra e le conseguenti
strategie da parte degli imprenditori.”
“Un altro problema riguarda più direttamente le nostre imprese. Queste
ultime sono sicuramente supportate da un sistema di aiuti ed
incentivazioni ma non vengono sostenute da un’idea globale di ‘Sistema
Paese’ che consenta loro di essere fortemente incisive rispetto a quei
fattori innovativi che la competizione internazionale ci pone di
fronte. Ecco che questa carenza può essere supplita da un’Istituzione
quale l’AEREC, che raccoglie qualificate figure sul piano
imprenditoriale.”
“Solo per restare nell’ambito dell’area Medio Orientale e nel golfo
Persico, conosciamo bene le grandi potenzialità e i fattori
estremamente dinamici che vi sono in atto. Sappiamo cosa sta avvenendo
negli Emirati Arabi, dove il Dubai sta diventando una capitale
mondiale del commercio e del turismo. Sappiamo benissimo che l’Oman,
assieme al Qatar, possono esercitare una grande forza di attrazione
anche per investimenti provenienti dall’Europa. Sappiamo che le
piccole e medie imprese possono soddisfare molte esigenze dello
sviluppo economico di questi paesi. Sappiamo che lo scacchiere che
comprende il Mahgreb, il Marocco, la Tunisia, la Libia, l’Algeria e
Egitto, rappresenta per l’Italia e per l’Europa, il primo fronte di
uno sviluppo di cooperazione che fa riferimento al partnerariato
euro-mediterraneo, della conferenza di Barcellona del 95. Sono diversi
gli accordi che l’Italia e l’Europa hanno con i suddetti paesi, e
voglio citare in particolare il programma MEDA. Il programma MEDA è un
programma comunitario, che ha stanziato ingenti finanziamenti per
sviluppare la cooperazione sul fronte economico, culturale, delle
riforme, delle infrastrutture e persino della pubblica
amministrazione. Per quanto riguarda la Mauritania e il Camerun, qui
rappresentati dai rispettivi ambasciatori, sappiamo che cercano
interlocutori validi e forti per la crescita e lo sviluppo economico.
Anche perché l’attualità di questi giorni, con il problema
dell’immigrazione che sta avvenendo su alcuni fronti della costa
africana, rimanda ad una importante questione, quella per la quale
bisogna farsi carico della crescita economica di questo scacchiere del
mondo. Perché l’Unione Europea ha un contatto diretto con il sud del
mondo. È un contatto quotidiano, fisico, con le centinaia di migliaia
di immigrati da questi paesi che si trovano nel nostro Paese. La sfida
è quella di partecipare insieme ad una crescita, ad uno sviluppo
condiviso con loro.”
“L’AEREC, attraverso la sua Commissione Affari Internazionali, vuole
offrire uno strumento concreto, operativo per gli imprenditori ma
desidera anche avere da loro quelle indicazioni che ci possono
permettere di svolgere un azione che io vorrei sempre tenere collegata
alla logica di un ‘Sistema Paese’ che difficilmente in Italia, si
riesce a portare avanti.”
L’Arch. Valenti ha quindi introdotto l’Ing. Francesco Bruno,
Vicepresidente della AT Kearney Spa e membro del Comitato Direttivo
dell’AEREC.
“In questo intervento non ci proponiamo una trattazione esaustiva del
tema della internazionalizzazione, ma semplicemente di portare alcuni
esempi, alcune esperienze che possano essere spunti di riflessione per
coloro che stanno affrontando questa problematica. In questo momento,
noi costatiamo che l’internazionalizzazione è un’opportunità per le
nostre aziende italiane e vorremmo che emergesse da questo incontro un
suggerimento per come affrontare in modo più efficace queste
problematiche. Nello stesso tempo l’internazionalizzazione è una
opportunità per l’economia dei paesi emergenti, che hanno bisogno di
una forza di trascinamento da parte delle aziende occidentali, per lo
sviluppo industriale ed economico del loro paese. Noi stiamo
affrontando nello scenario economico internazionale, una crisi che si
sta protraendo da diversi anni. Negli Stati Uniti le aziende, pur
faticando nel recupero di redditività negli anni precedenti e di
credibilità nel mondo finanziario, per tutti gli scandali che
conosciamo, sono comunque riuscite a portare un incremento della
produttività pari al 2,5% nel 2002. L’Europa è sotto l’effetto
dell’introduzione della moneta unica, e sulla strada di riforme
strutturali che permettono di recuperare flessibilità e competitività
delle aziende. In questo scenario, nell’ultimo anno, le aziende
europee hanno saputo recuperare in termini di produttività poco più
dello 0,5%.”
“Se noi ci concentriamo in particolare sulle aziende italiane che
hanno tratto beneficio per molti anni dalla svalutazione competitiva
assai più dei partners europei che operavano in paesi a valuta forte,
dopo l’ingresso dell’Italia nella moneta unica europea non possono più
contare su tale leva importante. Anzi, il recupero dell’euro rispetto
al dollaro, lo ha posto addirittura in una posizione opposta al quale
certo non erano abituati. C è una ricerca importante che è stata fatta
dalla nostra società a livello internazionale su 5000 aziende per
verificare in che misura queste aziende siano riuscite a crescere in
termine di volume di affari e di valore per gli azionisti. E’ emerso
che solo il 20% delle aziende, nell’ambito di questo importante
campione, è riuscito a coniugare i due estremi: crescita del volume
delle acquisizioni e penetrazione nei nuovi mercati con crescita di
valore per gli azionisti. Se poi guardiamo quanto è successo a Wall
Street nei mercati finanziari, negli ultimi 12 mesi, capiamo cosa vuol
dire crescita di valore per gli azionisti. Detto questo, le altre leve
fondamentali per il recupero di competitività delle nostre aziende,
appaiono sostanzialmente tre: per prima l’innovazione di prodotto, di
servizio e di processo. Secondo la competitività dei processi
operativi e delle organizzazioni; infine le internazionalizzazioni. È
indubbio che la leadership nell’innovazione dei prodotti e dei
processi produttivi, e quindi della qualità totale del prodotto
servizio, resta una delle leve più importanti per fronteggiare la
concorrenza internazionale, e in particolare l’input dei paesi low
cost. Basta citare l’incremento di import di acciaio degli ultimi 10
anni in Italia, per rendersi conto di che cosa significa la
concorrenza dei paesi emergenti. È altrettanto importante che la
competitività dei processi gestionali dell’organizzazione e dei
sistemi informatici di supporto, siano adeguatamente affrontati. Molte
aziende, in questo periodo di crisi, hanno bloccato gli investimenti,
in particolare nell’area dell’organizzazione e del miglioramento dei
processi gestionali. Altre invece hanno concentrato la loro attenzione
in modo più virtuoso nel momento di crisi, sul recupero di
competitività nella propria organizzazione interna, per prepararsi ad
un rilancio assai più competitivo, con un potenziale molto più elevato
nel momento in cui la ripresa del mercato arriverà.”
“La terza leva, quella della internazionalizzazione, naturalmente non
sostituisce le precedenti, ma deve operare in maniera sinergica con
essa. L’internazionalizzazione è orientata verso i maggiori mercati
industrializzati. È un tema che le nostre aziende hanno affrontato da
sempre, ed oggi trovare ulteriori spazi per crescere, espandendosi in
mercati come la Germania, Regno Unito, Francia, Stati Uniti, è
un’operazione molto complessa, che richiede ingenti investimenti.
Spesso la difesa delle quote in vari mercati, è il tema dominante che
si deve fronteggiare, piuttosto che l’espansione in questi mercati. La
strategia dell’industrializzazione dei mercati emergenti è dunque oggi
un’area di opportunità che va esplorata dalle nostre aziende per
cogliere le opportunità di oggi e probabilmente di domani. Sarà una
leva determinante per la crescita di queste aziende in termini di
business, di creazione, di valore sostenibile per gli azionisti. La
strategia di internazionalizzazione è stata interpretata da molte
aziende italiane, in particolare quelle del nord est, come
delocalizzazione dei siti produttivi in paesi limitrofi: Est Europa,
Tunisia, e non ad esempio l’India; Paesi che offrono vantaggi di basso
costo di manodopera, almeno per un certo numero di anni, si pensa
quindi, facilitano l’integrazione di quei siti delocalizzati nel
sistema industriale delle aziende. Questo ha permesso di recuperare
competitività nella catena del valore di queste aziende.”
“Altre aziende, invece, si sono poste, con l’internazionalizzazione,
l’obiettivo di penetrare grandi mercati emergenti come: la Cina,
l’India; esse si sono inoltre rifornite di componenti a minor costo, a
standard di qualità europee, da questi paesi. Esempi di questo genere
ne troviamo in Germania: Bosch e Siemens hanno aperto fabbriche di
elettrodomestici in Cina. Bosch, importa componenti dalla Cina,
prodotti con standard di qualità tedesche.”
“La scelta di quali mercati emergenti affrontare non dipende solo da
fattori geopolitici, ma anche dalle politiche dei paesi emergenti,
verso gli investitori esteri, per facilitare e attrarre i loro
investimenti. La presenza di autorevoli esponenti di questi paesi in
questo Convegno, testimonia l’attenzione a questo tipo di problema. La
Cina indubbiamente, ha saputo negli ultimi anni attrarre e facilitare
gli investimenti per promuovere lo sviluppo industriale del paese. I
risultati si vedono in modo molto chiaro. Nello scenario europeo, le
agenzie per lo sviluppo regionale si sono distinte assai più di altre
nell’attrarre investitori stranieri, nell’aprire nuovi siti
produttivi, società, joint-ventures nel loro Paese. Quindi credo, che
questi siano gli ingredienti fondamentali: da una parte una visione
nuova e sempre più efficace delle strategie di sviluppo delle nostre
aziende, dall’altra una politica, da parte dei paesi emergenti, di
facilitazioni di questi investimenti, oltre che un’attenzione
particolare alle realizzazioni concrete e a raggiungere obiettivi
concreti in tempi rapidi.”
Dopo il Dott. Bruno ha preso la parola il Prof. Stefano M. Masullo,
Presidente di Opus Consulting e Rettore della Libera Università di
Diritto Internazionale Isfoa, per un intervento su temi finanziari.
“Nella sua ottima relazione, l’Ing. Bruno ha affermato che
l’internazionalizzazione rappresenta un’opportunità. Questo poteva
essere vero fino a qualche anno fa. Ormai l’internazionalizzazione è
diventata un obbligo, una necessità, perché i mercati, non hanno più
confini, e in particolare i mercati finanziari non li hanno mai avuti.
In questo momento la finanza, è forse l’unico vero mercato
internazionale. Pensiamo al mercato dei cambi: esso scambia ogni
giorno l’equivalente di qualcosa come 3 milioni di miliardi di lire,
in un mercato che fisicamente non esiste, perché non c’è un luogo
fisico dove possono essere toccate e scambiate le valute. Il forex è
un mercato autoregolamentato dagli stessi operatori, che però
influenza le decisioni delle imprese e dei Governi.”
“Vorrei spendere due parole su un argomento molto delicato ed
importante sul quale ho lavorato insieme ad un collega all’indomani
della tragedia dell’11 settembre 2001: la finanza islamica. Quest’ultima
gestisce nel mondo circa 1100 miliardi di dollari, e una parte delle
motivazioni per cui il dollaro è ultimamente sceso deriva anche dal
fatto che i banchieri arabi - e per arabi intendo le popolazioni di
tutto il Medio Oriente, tutto l’Islam, e quindi anche la parte del
Mahgreb - hanno cominciato a ritirare gli investimenti in dollari per
dirottarli sull’area euro. Questo è l’effetto
dell’internazionalizzazione!”
“Da uomo di finanza, però, ammonisco: la finanza non può essere fine a
se stessa ma finalizzata alla realizzazione di progetti industriali.
L’internazionalizzazione, è anche un network di professioni, perché
ormai l’impresa non può più esistere come accadeva una volta,
soprattutto in Italia, con una conduzione familiare o padronale.
Perché le competenze, per stare sul mercato, sono diventate un
obbligo: devi capire di finanza, internazionale, devi capire di
pianificazione fiscale internazionale, devi capire di diritto. Penso,
ad esempio, all’influenza che ha il Corano sul diritto e sulla
finanza: una sua regola classifica come peccato mortale la
corresponsione di interessi, e quindi il sistema finanziario nazionale
ed internazionale si deve adeguare. La Malesia, che è un paese
musulmano, ha emesso un prestito obbligazionario, sull’euromercato, di
100 milioni di dollari, ma ha dovuto creare un escamotage per poter
corrispondere gli interessi agli investitori istituzionali
occidentali. Ha comprato dei terreni che sono stati affittati, e con
questo affitto, paga gli interessi.”
“Per concludere: l’internazionalizzazione, prima di tutto, è cultura e
poi tecnica, che deve essere comunque interdisciplinare.”
Il successivo intervento è stato effettuato dal Dott. Luciano
Rotondi, già consigliere della Banca Europea di Investimento e ora
Consulente strategico Artigiancassa.
“Quello che mi sorprende, innanzitutto, è la ciclicità su determinati
argomenti. Quando sono tornato in Italia negli anni ‘80, dopo 20 anni
di banca europea, venivano organizzati convegni sull’energia in tutte
le principali città d’Italia. Era, in effetti, l’epoca dell’energia e
c’era anche una legge speciale del Ministero dell’Industria, che
forniva contributi a fondo perduto abbastanza rilevanti per le energie
alternative endogene. Successivamente, negli anni 90, è stato il turno
dell’ecologia: grandi convegni sul tema della protezione
dell’ambiente. Dalla metà del 2002, almeno per quello che mi riguarda,
mi ritrovo ad intervenire in diversi convegni sulla
internazionalizzazione delle imprese. Mi rendo conto, comunque, che se
solo oggi in Romania ci sono più di 10.000 imprese italiane che
lavorano, dobbiamo prendere atto di quello che è accaduto e sta
accadendo da tempo.”
“Il tempo è breve, quindi mi limiterò in termini molto pratici, a
formulare tre programmi di sviluppo, ricchi di risorse dell’Unione
Europea a favore delle imprese. Sono programmi, naturalmente, che
riguardano anche risorse disponibili per i governi, per le opere
pubbliche. Il primo programma, che adesso è stato modulato in termini
molto più facili per le imprese che non precedentemente, è quello che
riguarda i paesi dell’Est Europa, soprattutto quelli che hanno fatto
domanda di adesione all’Unione Europea. Il nuovo sistema prevede una
collaborazione fra la Banca Europea, le banche locali cui sono state
allocate queste risorse, e l’UE che è il fornitore delle risorse a
fondo perduto. Ma l’istruttoria sul progetto, questa è la grande
novità, e sul finanziamento, non si fa più in due sedi separate, cioè
la Banca e il Ministero governativo. Adesso il sistema è cambiato, nel
senso che le banche che posseggono le risorse della banca europea,
sono le stesse che effettuano l’istruttoria per i fondi di contributo
a fondo perduto a favore delle imprese, che possono arrivare fino al
70% del costo del progetto.”
“Il secondo programma è il MEDA, quello valevole per i paesi del
mediterraneo, anch’esso ricco di risorse, cui faceva prima riferimento
l’Arch. Valenti. L’epicentro del sistema è sempre la Banca Europea per
gli Investimenti, la quale mette a disposizione di banche locali come
le tunisine, le egiziane, le marocchine etc, delle risorse da
utilizzare né più né meno, come già fa nei paesi del mercato comune
tipo l’Italia. Si tratta di contributi non a fondo perduto, ma sotto
forma di partecipazione al capitale, e finalizzati alla creazione di
imprese miste; a questo punto la partecipazione al capitale che
raggiunge il 20% del capitale di impresa viene messo a disposizione
soltanto se si creano imprese miste.”
“Il terzo programma dell’UE, è un mega programma, il cui protocollo è
stato rinnovato recentemente. È il programma in favore dell’Africa
cosiddetta Nera che prevede risorse a fondo perduto per 5 anni, pari a
11 miliardi di euro a favore dei programmi socio-economici dei governi
che non debbano avere però redditività finanziaria. Parliamo di
scuole, di acqua, ospedali, strade, cioè tutto quello che serve a
questi paesi per svilupparsi. Questa attribuzione a fondo perduto, che
copre il 100% di ciascun progetto, deve essere rigorosamente pubblica,
governativa e – ripeto - esente da qualsivoglia redditività
finanziaria (per esempio, non può riguardare una centrale elettrica
poiché la produzione di energia sottintende redditività finanziaria).
A latere, esiste una risorsa bilaterale BEI- UE di 4 miliardi di euro
a favore dei progetti pubblici e privati che hanno una redditività
finanziaria. La BEI, finanzia questi progetti, sempre con il solito
sistema, coprendo il 50% del costo di ciascun progetto, ma viene
agevolata con i fondi dell’UE nell’ambito del tasso di interesse così
che quest’ultimo, per questi progetti a redditività finanziaria,
pubblici o privati, può arrivare fino ad un tasso finale dell’1%.”
“Per concludere: l’imprenditore che intende operare all’interno di
tutti i Paesi coinvolti in tali progetti, non potrà fare a meno di
consulenze, cioè del supporto degli esperti. Fin dalla prima fase,
cioè quella della preparazione della documentazione da presentare per
poter accedere a queste provvidenze, la quale dovrà essere formulata e
presentata correttamente, perché possa sperare che la domanda venga
accettata dagli organismi finanziatori. Poi è necessario che gli
imprenditori che si recano nei vari Paesi siano accompagnati da
persone competenti e che conoscano perfettamente la lingua del paese
ove si recano. E che sappiano riconoscere i millantatori. Sapeste
quante volte, dall’apertura delle frontiere con i Paesi dell’Est, ho
sentito dire: ‘Non ti preoccupare.. io conosco il Presidente.’. Il
sistema va affrontato nel senso della operatività, e non con la
conoscenza del Presidente!”
A conclusione dell’intervento del Dott. Rotondi, l’Arch. Valenti ha
voluto fare alcune considerazioni:
“L’internazionalizzazione è un processo di filiera, che va perseguito
con le metodologie e con l’approccio che il Dott. Rotondi
correttamente e validamente proponeva. La considerazione che si faceva
prima – la necessità che il paese affronti questa sfida in chiave di
sistema, vuol dire proprio questo: fare anche cultura dell’impresa.
Non c’è altra strada, non c’è approccio episodico, strumentale a
questa sfida, se non quella di perseguirla con qualità, l’assistenza
necessaria, i supporti necessari, la progettualità necessaria, la
finanza di supporto, senza questo un progetto non può andare avanti.”
“Sta per decollare un progetto di Banca Mediterranea dello Sviluppo,
che sarà un riferimento importante per lo sviluppo di quella
cooperazione tra nord e sud cui facevamo accenno prima. Anche questa è
un’opportunità che vede le imprese italiane come un referente che non
può mancare.”
“L’altra considerazione del Dott. Rotondi, era quella della necessità
di affidarsi, da parte dell’imprenditoria, ai giusti supporti. Da
questo punto di vista volevo tornare a citare l’attività della
Commissione Affari Internazionali dell’AEREC che vuole essere, da
questo punto di vista, un punto di riferimento, di sostegno, di
informazione, di contatto, affinché l’attività dell’imprenditore sia
orientata, informata, seguita con la necessaria correttezza di
approcci, e complessità di incisività, che è necessaria affinché poi
l’operazione che si intende perseguire giunga a buon fine.”
È stato quindi il turno dell’Ambasciatore della Mauritania, S.E.
Hamoud Ould Ely, anche membro del Comitato d’Onore dell’AEREC.
“Non è la prima volta che partecipo a queste importanti e utili
iniziative promosse dall’AEREC, della quale apprezzo il ruolo che
svolge per l’avvicinamento tra i paesi e le culture imprenditoriali.”
“L’Africa è un continente molto vecchio che ha tante ricchezze, tante
risorse, che ha conosciuto un lungo periodo di colonizzazione e che
dopo l’indipendenza e la sovranità conquistata, vede ogni Stato darsi
una organizzazione, allacciando dei legami di cooperazione con tutti i
paesi di buona volontà. I paesi africani hanno ricchezze prodotte dal
petrolio, dalle miniere, dalla pesca, e naturalmente dal turismo e
dalla ricchezza delle risorse umane. Alcuni paesi sono occupati in
processi di democratizzazione con buon successo. Alcuni di questi
paesi, tra cui Mauritania, Tunisia, Marocco, Libia, trattengono delle
ottime relazioni con gli altri paesi dell’Europa, e del mediterraneo.
I dialoghi vertono sulla cooperazione, non solo economica ma anche
culturale e naturalmente sui temi della sicurezza, che oggi
interessano tutti i paesi del mondo. La Mauritania, che io qui
rappresento, intrattiene legami stretti con l’Italia. Ha molte
potenzialità per la cooperazione, particolarmente nella pesca, nel
turismo, e nelle infrastrutture. Pensiamo, entro pochi anni, di
iniziare anche la produzione del petrolio. Ma perché la cooperazione
possa svilupparsi positivamente, occorre che ci siano degli scambi
effettivi anche tra persone, tra gli operatori economici. Questa è la
direzione del lavoro che stiamo svolgendo e al quale mi auguro che l’AEREC,
che ha già offerto varie occasioni al mio paese, voglia proseguire ad
offrire il suo contributo.”
L’Ambasciatore di Algeria in Italia, S.E. Moktar Reguieg, ha
iniziato il suo intervento manifestando il suo personale piacere
nell’aver aderito all’invito dell’AEREC che ”può essere uno strumento
adatto ai nostri scopi, utile innanzitutto per scambiare idee ed
opinioni e fare un po’ di luce nel complesso programma di reciprocità,
di scambi e di cooperazione.”
“Ho partecipato in questi ultimi giorni a numerose riunioni, a Roma,
Palermo e Milano, nell’imminenza del nuovo semestre di presidenza
italiana dell’UE. Al centro del dibattito c’è anche la cooperazione
tra paesi mediterranei. Dico subito che l’Algeria dà una certa
importanza a questo semestre perché noi conosciamo la sensibilità dei
nostri amici italiani per quello che riguarda la mediterraneità.
Consideriamo l’Italia, in un certo senso, un ponte ideale tra l’Europa
e il mio paese. Tra i nostri paesi ci sono importanti relazioni
economiche, con un volume di scambio di circa quasi 6 miliardi di
dollari nel 2002, e queste cifre sono destinate ad aumentare, perché
abbiamo diversi progetti in atto. Ci sono progetti importanti nel
settore energetico e in altri settori tra i quali quelli che
riguardano la produzione di alcuni materiali che sappiamo possano
interessare il vostro paese. Credo che ci siano tutte le carte in
regola perché questa cooperazione possa crescere ulteriormente, anche
nell’ambito di un rapporto politico tra i due paesi. Pensate che
l’Algeria si trova a soli 235 km dal sud della Sardegna!”
“L’Algeria è un paese sensibile agli investimenti esteri e può offrire
molto in vari settori. Nell’aprile del 2002 abbiamo firmato un accordo
a Valencia che segue quello sottoscritto a Parigi negli anni ’70 che
gettava le basi per la cooperazione con l’Europa. Sinceramente, però,
non condivido l’entusiasmo per il programma MEDA, mi sembra come
quando qualcuno ha fame e gli si da un bicchiere d’acqua. Se vogliamo
parlare di cooperazione, di partnerariato, bisogna creare un flusso di
capitali e di energia verso il nostro paese, oltre che di tecnologia.
Perché insieme dobbiamo fare la guerra alla povertà e se non lo faremo
sarà la povertà a fare la guerra a noi.”
“Sono stato in Sicilia qualche giorno fa e ho visto le vittime dei
trafficanti di merce umana sbarcare sulle coste dell’isola. Sono
sicuro che se questa gente avesse il lavoro a casa e se non si
trovassero sull’orlo della disperazione, non verrebbero né in Sicilia
né in nessun altro posto. Noi abbiamo una responsabilità comune,
quella di assicurare condizioni minimali a queste popolazioni. Per
questo dobbiamo lasciare da parte un certo egoismo.”
“Per tornare al partnerariato euro-mediterraneo, sappiamo che ci sono
iniziative importanti come quella sulla fondazione euro-mediterranea,
basata sul dialogo culturale. Poi c’è questa banca euro-mediterranea,
che ancora deve partire. Tutte queste iniziative ancora non hanno
prodotto nulla di tangibile. Noi abbiamo la sensazione in Algeria, che
esista ancora un certo distacco, una certa presa di distanza da parte
di alcuni paesi europei verso di noi. Non mi riferisco naturalmente
all’Italia, ma alla UE in generale, che in questo momento sta
guardando molto ad est. È un suo diritto più che legittimo ma noi
diciamo semplicemente che bisognerebbe anche colmare il divario che
c’è tra nord e sud. Questa è la vera sfida, e abbiamo i mezzi per
poterla affrontare. Ma dobbiamo fare meno discorsi, e prendere invece
misure concrete. Crediamo nella comunità dei destini, nel senso delle
responsabilità comuni. In qualità di paese africano, arabo, in qualità
di paese mediterraneo, l’Algeria vuole colmare questo divario, vuole
dare il suo contributo a questa unione di pace, di fratellanza, perché
sicuramente merita anche questo”.
Dopo aver sottolineato come questo Convegno stia prendendo in grande
considerazione i rapporti con i paesi a sud dell’Europa, l’Arch.
Valenti ha dato quindi la parola all’Ambasciatore del Sultanato
dell’Oman in Italia, S.E. Yahya Abdullah Salim Al-Araimi, il
quale ha esposto le opportunità presenti nel suo paese.
“Parlerò dei settori che potrebbero interessare le imprese italiane e
inizierò subito con il dare alcuni elementi importanti che riguardano
il mio paese dove vi è una economia aperta e pienamente integrata in
quella mondiale.”
Membro del WTO, l’Oman è un paese politicamente stabile, che ha un
settore pubblico molto produttivo ed efficiente, un settore
finanziario forte, in particolare quello bancario, e una leadership
importante. Abbiamo anche un sistema di controllo efficiente nei
confronti delle grandi compagnie. Abbiamo un sistema di imprese
internazionali, ben affermate nel nostro paese. Per quanto riguarda le
imprese straniere, utilizzano gli standard, normalmente utilizzati nel
settore internazionale e la proprietà dell’impresa è assolutamente
aperta. Ogni investitore internazionale può tenere la sua impresa con
il proprio nome. Se invece vuole registrare la propria impresa come
una tipica impresa dell’Oman, potrà controllarla fino al 70%,
lasciando che il 30% venga controllato da imprenditori locali.”
“L’Oman è localizzato all’interno dell’Oceano Indiano, abbiamo una
costa lunga 2300 km, quindi è un paese molto ricco nel settore della
pesca, per il quale ci potrebbero essere sviluppi importanti con le
imprese italiane. La qualità del pesce è molto varia, e negli ultimi
due anni abbiamo cercato di penetrare il mercato italiano, constatando
un aumento del 300%, fino ad arrivare a 23 milioni di unità. Di cosa
abbiamo bisogno in questo settore? Il punto debole di questa attività
è rappresentato dalla flotta, ovvero scarseggiano le navi che possano
spingersi in alto mare. Penso che da questo punto di vista le imprese
italiane possano fare molto.”
“Il secondo settore, è quello dell’energia. Il settore del mercato del
gas, è diviso in tre parti: quella del terminal, per il quale il gas
viene immagazzinato e localizzato all’interno del porto. Poi abbiamo
quella del trasporto del gas, conduttore compreso. E poi c’è la parte
commerciale che porta alla vendita del gas stesso ai vari clienti
internazionali. Il settore del gas, in Europa, è stato liberalizzato:
noi abbiamo una buona quantità di gas a disposizione, e abbiamo
sviluppato importanti partnership con settori giapponesi e tailandesi.
Attualmente stiamo sviluppando un importante progetto per il primo
terminal in Spagna.”
“Il terzo settore è quello del turismo, per il quale il governo sta
attuando molte iniziative. Noi abbiamo bisogno di sfruttare questo
settore, per diversificare la nostra economia, e stiamo fornendo
importanti fondi a chi è interessato ad investire. Si tratta di
finanziamenti che possono essere sotto forma di prestiti o di
contributi a fondo perduto. All’interno dell’Ambasciata abbiamo un
ufficio commerciale che può fornire tutte le informazioni e
l’assistenza utile per sviluppare progetti nel settore del turismo.”
“Un altro, ulteriore settore è quello dei servizi. In questo settore
noi cerchiamo di commercializzare la localizzazione delle imprese
all’interno del nostro paese.. Tenete presente che l’Oman, grazie alla
sua posizione geografica e alla sua stabilità politica e sociale, è un
paese che può essere facilmente utilizzato come un punto di
smistamento per raggiungere India, Pakistan, ed altri importanti
paesi, consentendo di risparmiare e di rendere più competitive le
merci e maggiore il profitto. Non abbiamo problemi finanziari e siamo
in grado di sostenere molti progetti.”
L’Ambasciatore della Costa d’Avorio, S.E. Zady Richard Gbaka,
il quale ha innanzitutto ringraziato l’AEREC per il progetto
umanitario che sta portando avanti nel suo paese, si è associato alle
parole degli altri Ambasciatori riguardo alla necessità dei paesi
africani di occupare un proprio spazio al centro della questione della
sfida economica.
“Qualche dato numerico sull’Africa: parliamo di 340 milioni di persone
che vivono con meno di un dollaro al giorno, di un altissimo un tasso
di mortalità infantile, di mancanza di acqua potabile, di
un’aspettativa di vita pari a 54 anni e di un tasso di
alfabetizzazione tra i ragazzi che hanno più di 15 anni che è appena
del 41%. Ci sono, infine, 18 linee telefoniche per 1000 persone,
quando nel mondo si parla di 146 linee.”
“Credo che queste statistiche non siano molto incoraggianti. C’è
fortemente il bisogno di creare le condizioni economiche per lo
sviluppo; dagli interventi dei miei colleghi della Mauritania e
dell’Algeria, avrete potuto capire che i governi africani e il popolo
africano hanno veramente delle potenzialità e non vogliono rimanere al
di fuori del processo di sviluppo.”
“Il Neban, è un nuovo programma di partnerariato, di sviluppo
economico che ha cercato di dare un po’ il senso di orientamento,
chiedendo al settore privato di venire in soccorso dell’Africa, perché
il bilancio dell’aiuto allo sviluppo ha impoverito l’economia e
l’intervento dei privati appare oggi fondamentale per poter sostenere
la rinascita economica di questi paesi. Ciò, ovviamente, in un clima
di stabilità e di pace, perché naturalmente i conflitti, le guerre non
favoriscono gli imprenditori e i loro investimenti. Dobbiamo quindi
sostenere quei paesi che mettono in atto un processo di
democratizzazione. Sapete che le economie africane hanno ereditato un
sistema coloniale e che oggi c’è la volontà forte di correggere le
disfunzioni con tutto il rigore del funzionamento economico, con la
qualità del governo, con elezioni democratiche rappresentative, con
grandi riforme economiche per attrarre gli investitori, nel quadro
nazionale e regionale. Parliamo del Mahgreb, dei paesi mediterranei,
dell’Africa occidentale con la Costa d’Avorio e i paesi limitrofi,
dell’Africa australe.”
“Credo che incontri come questo siano molto utili per noi ad esprimere
le nostre potenzialità e ciò che possiamo offrire agli imprenditori
italiani ma anche per aiutare i nostri imprenditori a conoscere e
capire le vostre aspirazioni e le vostre aspettative.. Non dovete
avere paura di spostare dei capitali dai paesi europei in Africa. Vi
prego di credere che siamo ben determinati e sempre presenti per
informarvi sulla nostra economia in modo che voi siate
sufficientemente ispirati. Non vogliamo che questo continente rimanga
al margine dello sviluppo. Abbiamo bisogno di imprenditori seri, che
vogliano aiutare la nostra potenzialità economica nell’ambito globale,
perché i nostri paesi possano progredire ed evitare il dramma
dell’emigrazione.”
Dopo aver salutato anche la presenza dell’Ambasciatore del Camerun,
S.E. Michael Tabong Kima, l’Arch. Valenti ha passato la parola
al Dott. Luigino Combetto, Presidente della Martini & Rossi spa,
per descrivere l’esperienza della sua azienda sullo scenario
internazionale.
“Parlare di internazionalità e di Martini & Rossi è parlare di un
binomio imprescindibile, perché se oggi il marchio Martini è così
famoso nel mondo, è perché quando questa società nacque 140 anni fa,
il 30 giugno del 1863, una delle prime scelte strategiche fu quella di
uscire dal mercato domestico, in un momento in cui era detenuto da
forti concorrenti, poi scomparsi, quali Carpano, Riccadonna e Cinzano.
Fummo quindi obbligati ad uscire dall’ambito territoriale domestico,
per cercare avventure all’estero, una scelta che fece poi la ricchezza
dell’azienda stessa.”
“Diciamo che in questi 140 anni, la società ha vissuto quattro o
cinque momenti storici importanti: credo che riassumerli brevemente
sia utile per chi si mette oggi nell’ottica di rendere la propria
azienda internazionale, anche se la nostra azienda li ha affrontati in
tempi diversi e con metodologie diverse.”
“Dal 1863 al 1900. l’azienda cercò di penetrare i mercati stranieri,
soprattutto quei mercati dove l’immigrazione italiana era più elevata,
come il Sud e il Nord America, ma anche paesi come il Giappone e la
Tailandia, commercialmente inconsueti per quei tempi. All’inizio del
1900, la società fatturava già 900 mila lire, che è una somma enorme.
Fino al 1940 c’è stata l’espansione multinazionale, ovvero
l’affermazione in molti paesi con la costruzione di centri di
produzione principalmente in Europa ma anche in Sud America, ovvero in
tutti quei paesi, dove era possibile trovare del vino di qualità,
ingrediente di base (75%, il resto è composto da erbe miscelate ed
alcool) nella produzione del vermouth.”
“Durante la Seconda Guerra Mondiale, che dissanguò molto la società
perché parecchi stabilimenti andarono distrutti, la società continuò a
pagare costantemente gli stipendi ai propri dipendenti, pur essendo
chiusa, creando una di quelle basi fondamentali del successo
imprenditoriale che è la fidelizzazione delle proprie risorse umane.
Alla fine del 1945, la società si trovò però sull’orlo del fallimento
e chiese allora - e fu l’unica volta nella sua storia - un supporto
alle banche, con un prestito obbligazionario di 100 milioni di lire.”
“Dal 1950 al 1976, si è avuto il grande sviluppo internazionale, non
solo del prodotto base del Martini, ma anche l’acquisizione di altri
brand internazionali, perché il gruppo Martini detiene brands in tutto
il mondo del beverage alcolico, spirits e meno alcolico. Attraverso
questo nuovo impulso, fu possibile creare un finanziamento che permise
l’esplosione della comunicazione. Già nella metà degli anni Trenta,
con i famosi “concerti Martini”, l’azienda aveva iniziato un’opera di
sponsorizzazione non solo culturale ma anche sportiva, e questo rese
importante e sempre più conosciuto nel mondo il nostro prodotto. Dopo
la guerra con l’avvento della televisione, la società fu una della
prime a fare pubblicità con questo nuovo media. Intanto proseguiva con
le sponsorizzazioni e la comunicazione istituzionale attraverso la
creazione delle famose ‘Terrazze Martini’, non solo in Italia ma a
Parigi, Londra, Barcellona, Bruxelles, sud America.”
“Gli ultimi eventi che hanno permesso l’affermazione del nostro
business e del nostro marchio, sono legati alla creazione, all’inizio
degli anni 70, del gruppo Martini & Rossi. Prima di allora, il gruppo
aveva società singole, detenute direttamente dagli azionisti nei
diversi paesi: tra il 1973 e il 1974 queste società si riunirono e
venne creato il gruppo internazionale con sede in Lussemburgo. L’altro
fatto altrettanto importante è avvenuto nel 1993, quando il gruppo
Martini ha incontrato il gruppo Bacardi, il più grande produttore
americano di Rum portando oggi il gruppo, dopo la fusione, al 4° posto
nel settore del beverage a livello mondiale. Quest’anno abbiamo
superato i 3 miliardi di dollari di fatturato, abbiamo 6000 dipendenti
nel mondo con un utile, al netto delle imposte, che supera il 12-13%,
per cui siamo un gruppo finanziariamente ed economicamente molto
solido. Abbiamo delle strategie globali, sia in termini di acquisti,
che per quanto riguarda il settore del marketing e dei prodotti. Una
della cose che ci differenzia da molte altre aziende sotto l’aspetto
della gestione, è la grande autonomia che ogni paese ha nel
raggiungere i suoi obiettivi. Gli interessi generali, infatti, sono
poi personalizzati paese per paese, perché il vissuto, il modo di
percepire il prodotto, i prodotti cambiano molto da paese a paese.
Credo che questo sia un atout che ha il nostro gruppo rispetto anche
ad altri gruppi più importanti che normalmente hanno strutture, sia
per quanto riguarda il marketing che la produzione, fortemente
centralizzate e scarsamente sensibili rispetto alle problematiche dei
singoli paesi.”
“Sicuramente nel nostro settore la globalizzazione va ancora avanti,
nel senso che ci saranno ancora altre acquisizioni. Noi siamo
compratori e non venditori, siamo una società di famiglia
completamente a capitale privato, anche se i nostri azionisti sono più
di 400, per cui la gestione è totalmente in mano a managers sia di
ceppo Bacardi che Martini, anche se da pochi mesi fa il CEO globale è
di provenienza Martini, e per noi europei questo è un grande onore. La
fusione di questi due grandi gruppi è stato di un’efficacia
incredibile, perché eravamo totalmente complementari sia in termini di
struttura, che di prodotti. Il gruppo Bacardi è molto forte negli
Stati Uniti, il gruppo Martini in Europa. Tutti e due estremamente
deboli in Estremo Oriente, nel quale stiamo cercando di recuperare il
terreno perso rispetto ad altre società.”
“Credo che oggi sia importante, nell’azienda, gestire il prodotto, la
struttura, il controllo dei costi. Ma un manager, oggi, per gestire
bene la sua azienda, deve gestire la filiera dell’azienda. Se noi non
ci rendiamo conto delle necessità di chi ci sta attorno, sia a monte
che a valle, probabilmente possiamo commettere degli errori. Le chiavi
di successo del nostro gruppo sono da ricercare innanzitutto nelle
risorse umane, che il nostro gruppo tiene in grande evidenza come
primo patrimonio. Noi abbiamo un turn over bassissimo e credo che i
nostri stipendi siano nella media alta, anche se non sono altissimi. E
dai nostri uomini abbiamo il massimo ritorno, anche in termini di
creatività. Molto spesso, infatti, i nostri nuovi prodotti e i nostri
nuovi lanci nascono proprio dai nostri uomini, piuttosto che dai
grandi centri di studio. Pensiamo, ad esempio, a questo nuovo
‘breezer’ che sta avendo un successo importante: esso è stato creato
non in uno studio di marketing, ma è venuto spontaneamente, dalla
base. Poi ci sono i prodotti coi quali bisogna avere sempre un
atteggiamento, in termini di comunicazione, duraturi nel tempo. Gli
‘up and down’, gli ‘stop and go’, infatti, sono pericolosissimi e per
noi, infatti, è stato fondamentale avere un tipo di messaggio che
creasse attorno al prodotto, un mondo, un mito, che va costantemente
difeso nel tempo, così come la qualità del prodotto deve essere
costante.”
“C’è infine il discorso economico-finanziario per cui un’azienda, per
poter giustamente progredire e migliorare nel tempo, deve avere quei
giusti equilibri interni, fondamentali per poter autofinanziare le sue
necessità. Molte aziende, soprattutto a livello internazionale, sono
andate incontro a grossi fallimenti, pensando di spingere e
pubblicizzare i prodotti attraverso la molla dei prestiti. I prestiti
si possono fare per investimenti, ma mai per finanziare la pubblicità.
Le risorse per finanziare la pubblicità, devono arrivare dall’interno,
mai dall’esterno.”
“Questa è la testimonianza di una società, di un gruppo che è fatto di
uomini, di grandi marchi, e che ha un futuro molto positivo.”
A questo punto l’Arch. Valenti ha introdotto l’intervento dell’On.
Pier Luigi Polverari, titolare della società Apreite che a Tunisi
promuove la cooperazione fra il Sistema Italia e il mercato e
l’economia tunisina.
“Tra i vari interventi finora effettuati, tutti interessanti e dai
contenuti condivisibili, vorrei soffermarmi su quello
dell’Ambasciatore dell’Algeria il quale lamentava l’eccessiva
balcanizzazione dell’Europa. Ciò non può non preoccupare il nostro
paese che è interessato, sia economicamente che culturalmente e
geograficamente, alla sponda sud del Mediterraneo. L’Italia, a mio
parere, ha un grande ruolo da svolgere a favore di Paesi come la
Tunisia.”
“La presidenza italiana della Unione Europea, nel prossimo semestre
dovrà, prendere sul serio questo messaggio e credo che il presidente
Berlusconi l’abbia fatto, almeno nelle intenzioni. Vedremo adesso i
fatti, contando che l’incontro dei 5 più 5 che avverrà a Tunisi a
dicembre, il convegno a Napoli sull’economia e una serie di impegni
annunciati, portino il tema al centro dell’attenzione anche di chi
caparbiamente vuole dimenticare il mediterraneo.”
“Sono sette anni che sto in Tunisia, ho ‘sposato’ la causa del sud del
mediterraneo ed in particolare della Tunisia, perché ritengo che sia
una causa giusta. La Tunisia è un paese che non ha materie prime come
l’Italia ma che ha sviluppato la manodopera, la formazione,
l’istruzione. Pensate che in Tunisia c’è il 99% di alfabetizzazione e
c’è un capitale formativo, sia a livello universitario che di scuole
superiori, notevolissimo. Il processo che si appresta a vivere è
modellato secondo l’esempio dello sviluppo italiano della piccola e
media impresa. Non vi è altra possibilità da parte della Tunisia, non
avendo materie prime e non potendo pensare a grandi imprese.”
“La storia degli italiani in Tunisia non è una storia di
colonizzazione, ma una storia di lavoro. Pensate che all’inizio del
‘900, su 200.000 abitanti di Tunisi, 70.000 erano italiani, medici,
operai, falegnami, pescatori. Gli italiani hanno insegnato ai tunisini
i mestieri e le professioni e di questo la popolazione è molto
riconoscente, al punto da accoglierci come fratelli.”
“Dal punto di vista economico e commerciale, la Tunisia è terra di
trasformazione: c’è un costo del lavoro pari ad un quinto di quello
italiano e l’esenzione fiscale totale per 10 anni per coloro che
trasformano i prodotti e li riesportano. Per quanto riguarda gli
assetti societari, non c’è alcun tipo di restrizioni: il capitale di
una società, quindi, può essere italiano al 100%. La Tunisia, tra
l’altro, è stata tra le prime a stipulare un accordo con la Comunità
Europea per entrare nell’area di libero scambio, che verrà attivata
nel 2008. Si tratta, quindi, di un Paese in cui le condizioni per
lavorare sono estremamente favorevoli, anche sotto il profilo della
sicurezza personale e dell’impresa, considerata la stabilità politica
che c’è ormai dal 1956.”
“L’altro aspetto da considerare è il piano decennale per gli
investimenti e le grandi opere della Tunisia. Attualmente sono
previste le realizzazioni di tre grandi opere stradali, di diverse
dighe e di un grande aeroporto, che si farà a Fida, a sud di Hammamet,
che prevede di essere un polo importante per tutto il Nord Africa. Il
piano è stato presentato proprio la settimana scorsa a Cartagine e il
3 luglio sarà presentato dalla mia agenzia, la Apreite, insieme
all’Ambasciatore tunisino a Roma, alla Camera di Commercio
italo-tunisina e all’Istituto del Commercio Estero in un’aula del
Parlamento italiano.”
L’Arch. Valenti ha quindi ceduto la parola al Prof. Roberto
Tassinari, membro del Comitato Direttivo dell’AEREC e Presidente
della Commissione per l’Internazionalizzazione delle Imprese.
“Il tema del Convegno di oggi mi vede personalmente interessato, visto
che mi occupo di questa Commissione per l’Internazionalizzazione delle
Imprese, voluta tra gli altri dal ministro Urso. Io credo che il
processo di internazionalizzazione, è un qualcosa al quale l’Italia
non può e non deve sottrarsi. In base alle mie esperienze, è indubbio
che in Africa, o meglio nei paesi africani in via di sviluppo, ci
siano le migliori opportunità di investimenti. Non mi riferisco,
ovviamente, a quei paesi come il Sudafrica dove non hanno più bisogno
degli investimenti strutturali del progetto NEPAD, che è il nuovo
partnerariato per lo sviluppo africano che dà dei sostegni per le
strutture di base.”
“In quanto ai settori del Baltico, si tratta di paesi in via di
transizione, cioè che hanno bisogno di altri tipi di interventi e di
sviluppo. Nelle mie frequenti missioni all’estero, ha potuto
riscontrare che in molti paesi del Baltico l’Italia è pressoché
assente negli investimenti, mentre è molto presente nel nord della
Romania. In questo caso, però, non si può parlare di un vero e proprio
processo di internazionalizzazione, perché lì sono operative molte
aziende del nord est italiano che hanno semplicemente trasferito pezzi
di azienda per risparmiare sulla manodopera. Ma
l’internazionalizzazione non è delocalizzazione, non è andare a fare
un prodotto in paesi a basso costo di manodopera e poi reimportarlo in
Italia scrivendoci ‘made in Italy’ Questo fenomeno è tra l’altro molto
discutibile: penso ad esempio a pompe costruite all’estero ma che
risultano di nazionalità italiana, la cui azienda produttrice si
ritrova a fare assistenza senza averle fabbricate!”
“Dobbiamo stare molto attenti che il processo di
internazionalizzazione avvenga nei modi e nei termini giusti. È
un’occasione preziosa che l’Italia non deve farsi sfuggire, perché se
non andiamo noi a fare gli investimenti ci andranno altre nazioni. Ho
conosciuto realtà di internazionalizzazione in cui sono presenti
olandesi, spagnoli, greci e gli italiani non ci sono. Credo che gli
imprenditori debbano fare degli sforzi, perché sono loro la materia
prima del processo, più che i governi e le istituzioni. L’AEREC
sollecita questi sforzi, chiedendo agli imprenditori italiani di
venire con noi a verificare come ci siano enormi possibilità di
investimento e di sviluppo, in molti paesi del mondo. La settimana
scorsa ero in Grecia per firmare dei protocolli su importanti
progetti, e mi hanno portato a pranzo in una zona del centro storico
nei pressi dell’Acropoli dove è in atto un grande programma di
risanamento, come in tutta Atene peraltro. Un dirigente mi ha detto
che le case della zona, fino a 7-8 anni fa, erano in vendita a pochi
milioni e nessuno le voleva acquistare. Oggi, a distanza di qualche
anno, le stesse case vengono vendute a 250- 300 milioni di vecchie
lire. Questo è il tipo di guadagno che si può realizzare, investendo
all’estero!”
Le conclusioni del Convegno sono state affidate al Presidente
Carpintieri il quale, dopo aver ringraziato tutti gli intervenuti,
ha ribadito che la Commissione Affari Internazionali, dell’AEREC
promuove con vigore l’idea di aiutare le imprese italiane che vogliono
espandersi e internazionalizzarsi. “Lo farà con gli strumenti che le
sono consoni, quindi con l’intervento di personaggi qualificati, che
sanno quello che fanno, che possono dirigere i progetti, seguirli,
pilotarli per ottimizzare tempi, costi, energie e quant’altro. Il
credito internazionale che l’AEREC ha maturato ci mette in condizione
oggi di poter lavorare seriamente, senza tentare avventure, ma
intraprendendo un cammino di sicuro successo. È necessario, però, che
gli imprenditori tirino fuori tutto il loro coraggio ed
intraprendenza, potendo contare su una struttura organizzata come la
nostra che può dare il massimo della competenza, dell’assistenza, e
dell’affidabilità”.
(Si ringrazia Aurelio
Carpintieri per la collaborazione nella stesura del testo)
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