| I CONVEGNI DELL'AEREC |
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Nuovi Paradigmi nella ricerca, prevenzione e terapia oncologica
medici e studiosi a confronto per l’Accademia"
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Un Convegno promosso dall’AEREC alla Casina Valadier
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Dopo una serie di appuntamenti legati all’economia e allo sviluppo, per la sua ultima iniziativa del 2005 l’AEREC ha creduto fosse utile attirare l’attenzione dei suoi membri anche sui temi scientifici e culturali. Lo ha fatto, come sempre, coinvolgendo alcuni dei massimi esperti dell’argomento prescelto, quello dei tumori e della prevenzione ad essi legati, ma offrendo anche un ventaglio di interventi diversi, per approccio e per competenze. |
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Nella emblematica cornice della Casina Valadier, un luogo carico di storia e di cultura, si è svolto il 16 dicembre 2005 il Convegno “Nuovi Paradigmi nella ricerca, prevenzione e terapia oncologica”, aperto da una delle personalità più note e di spicco del mondo medico scientifico, il Prof. Giulio Tarro, Presidente della Fondazione Teresa e Luigi de Beaumont Bonelli per le Ricerche sul Cancro.
“Anche in considerazione del fatto che ho qualche anno in più rispetto a coloro che mi seguiranno, ho scelto in questa sede di approfondire gli aspetti bioetici dell'argomento, lasciando agli altri la parte che riguarda la ricerca più attuale, anche se immagino che sia quella che aspettate maggiormente di sentire parlare”.
“In un momento in cui il cammino delle scienze progredisce in maniera galoppante c'è bisogno di un aggiustamento di quelli che sono i nostri usi e costumi, per quanto riguarda soprattutto l'aspetto morale. Ciò perché non è vero, non è giusto che tutto quello che è possibile fare oggi sia sempre lecito. E questo è importante soprattutto nel campo della genetica, dato che si possono anche prevenire determinate malattie, ma questo non vuol dire andare incontro a un altro olocausto, non vuol dire fare l'eugenetica della fine dell'Ottocento, da cui molti dittatori hanno preso lo spunto per fare le stragi che conosciamo nel secolo scorso. Quindi è un momento di notevole impegno dal nostro punto di vista di ricercatori, e sicuramente noi dobbiamo abbandonare quelle che sono le nostre cattedrali, spesso nel deserto, in cui ci sono i nostri laboratori e aprirci alle istanze della società civile. Non è vero, come diceva Bacone, che ‘scientia est potentia’: con questo si giustificava già nei secoli scorsi un avanzamento che allora poteva sembrare tanto e tale, ma che sicuramente non è quello odierno. Ecco perché ritengo fondamentale fissare dei parametri, dei ‘paletti’ che oggi non possiamo scavalcare. Perché quando si parla di bioetica, la bioetica è quella che ognuno di noi, con la propria coscienza, deve essere in grado di sentire e di partecipare alla comunità per quel che riguarda il nostro bene superiore: noi siamo tutti dei tasselli di un mosaico”.
“Io sono stato un virologo oncologo, uno dei primi in Italia. Oggi possiamo dire senza ombra di dubbio che se esiste qualche vaccino contro i tumori, è venuto nel campo della virologia. Il primo vaccino, come voi sapete, è stato quello per il virus dell'epatite B. Purtroppo non ha risolto tutti i problemi, esistono anche altri virus dell'epatite, in particolare quello C, oggi una delle malattie più frequenti anche nel nostro paese; anche nel campo dell'HIV c'è un vaccino specifico, si parla del 50% di possibilità di guarigione. È stato un fatto importante, nonostante tutto quello che si dice della nostra ricerca, in Italia, con tutti i problemi che ci sono come quelli della poca meritocrazia, della nostra gerontocrazia, della burocrazia, della scarsa organizzazione. Io già nel 1973, in una conferenza, osservai come la percentuale del prodotto interno lordo destinata alla ricerca in Italia era dell'1%; oggi, a distanza di oltre trent'anni, è rimasta la stessa percentuale. Nel campo della ricerca, insomma, siamo sempre delle cenerentole.”
“Un merito dell'epidemiologia italiana, in particolare napoletana, è stato di suggerire l'obbligatorietà della vaccinazione contro l'epatite B. Un processo cominciato con i nati negli anni 90-91, e contemporaneamente all'età scolare di 12 anni, e che ha portato al fatto che oggi, nel 2005, tutti i minori di 25 anni sono esenti da questo tipo di malattia e di cronicizzazione della malattia epatica, e da questo tipo di tumore. Questo è un aspetto importante, perché si collega a un altro passo avanti che è stato fatto proprio nell'ultimo biennio per quanto riguarda un altro virus di quelli che possono essere responsabili, associati, correlati come causa-effetto all'oncologia. È stato trovato un nuovo vaccino per il virus che attacca il collo dell'utero, verso il quale c’era già la possibilità della diagnosi precoce, il famoso pap-test. Dove viene effettuato, in particolare fra i paesi scandinavi, i paesi del nord e gli Stati Uniti, il tumore del collo dell'utero non esiste più. Però il virus del papilloma è diffuso, ci sono ancora ceppi corresponsabili di una malattia che falcidia donne in tutto il mondo. Si spera già per il prossimo anno, quando gli studi clinici saranno arrivati alla fase tre, di poter intervenire a livello mondiale, anche nei paesi eufemisticamente detti in corso di sviluppo, con un vaccino preventivo fondamentale.”
“Vorrei dirvi che la prevenzione diventa sempre più un fatto fondamentale nel nostro ambiente: sembrerà banale dirlo, ma se vogliamo intervenire perché scorre dell'acqua è inutile che ci affrettiamo ad asciugare il pavimento, dobbiamo chiudere il rubinetto.”
“Per chiudere, voglio citare padre Sorge che diceva che se ognuno di noi, durante una tormenta di neve, fa dei fiocchi, i fiocchi tutti insieme sono in grado di fare la valanga, che ci deve portare avanti per un migliore atteggiamento nei riguardi dell'universo, non tanto per approfondire i suoi misteri ma soprattutto per lenire la miseria della gente sulla Terra.”
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È stato quindi il turno del Prof. Antonio Giordano, un medico italiano di nascita ma da molti anni, ormai, trasferitosi negli Stati Uniti dove è Direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research, uno dei più importanti istituti di ricerca statunitensi.
“Negli ultimi 20 anni il mio maggior interesse è stato quello di studiare la genetica dei tumori. La mia istruzione e il mio training sono in medicina e anatomia patologica, quindi nello studio delle malattie a livello degli organi e dei tessuti. Durante i miei anni di medicina notai la grande limitazione tecnologica che esisteva a livello sia dei metodi diagnostici sia terapeutici, e il mio grande desiderio era quello di poter imparare una nuova tecnologia, senza ignorare i problemi etici che stanno sorgendo.
“Affermare che le radici delle malattie si trovano all'interno dei nostri geni, è il punto di partenza utile per capire il significato dello sviluppo o del cambiamento di una cellula normale in cellula maligna o tumorale o in qualsiasi altro tipo di patologia, come il diabete o le malattie cardiovascolari.”
“Io ebbi la fortuna di lavorare con il mio maestro, il Prof James Watson, che ha scoperto la struttura del DNA. Dopo 5 anni di lavoro con lui è stato importante per me avere l'opportunità di capire una tecnologia e poterla riportare nella mia estrazione medica. Quindi riuscire a comprendere appieno e trasferire la forza della tecnologia in qualcosa che potesse apportare un beneficio dal punto di vista della diagnosi e la cura di tante malattie. Oggi vi farò un esempio della mia filosofia di lavoro. Con grande orgoglio posso dire che su molti di questi geni i concetti sono stati sviluppati negli anni dal mio gruppo e dal mio istituto, ora aperto anche all'università di Siena, con sessanta ricercatori che lavorano su due poli, in Italia e negli Usa.”
“Cerchiamo di capire quali sono i cambiamenti che portano una cellula normale a diventare una cellula tumorale. Le radici delle nostre malattie le portiamo all'interno dei nostri geni. Abbiamo sentito del sequenziamento del genoma umano che è stato un atto, un gesto tecnico di tecnologia incredibile, grazie alla forza economica americana. Non era una sorpresa, perché oramai la tecnologia era lì. Però il sequenziamento del genoma umano non è che poteva significare riuscire a capire come un individuo funzionasse normalmente, perché prima di curare, noi dobbiamo capire come normalmente funzioniamo. Cioè non possiamo correggere se non conosciamo lo stato di normalità, ma noi non sappiamo come funzioniamo, il normale non lo conosciamo, una cellula normale non sappiamo come realmente funziona. Dalla cellula maligna tumorale cerchiamo di andare a ricostruire quello che potrebbe essere il normale funzionamento delle cellule del nostro organismo. Con questo lavoro a ritroso, e quindi sperimentale, si sono venuti a fare passi incredibili, metodi diagnostici e terapeutici interessantissimi che pian piano stanno cambiando il concetto di fare medicina, diagnosi e terapia.”
“Abbiamo iniziato dal genoma umano che è come un grande vocabolario, ma camminare con un vocabolario sotto il braccio non significa riuscire correttamente e sintatticamente a scrivere frasi che siano grammaticalmente accettabili. Assolutamente no, anzi. Purtroppo tutti questi geni, se li paragoniamo a parole, ci hanno portato a scrivere frasi, ma sono frasi piene di strafalcioni: la frase corretta rappresenta il test diagnostico perfetto, che può permettere di dire a un individuo normale suscettibile di sviluppare malattie, quali malattie svilupperà in 5-10 anni, e quindi terapeuticamente intervenire in maniera non invasiva.”
“Con tutte queste scoperte e tecnologie stiamo iniziando a scrivere frasi che iniziano ad avere un certo significato, quindi iniziamo a essere molto più educati dal punto di vista grammaticale e sintattico e di conseguenza, se l'analogia l'avete capita, significa avere il cosiddetto test diagnostico, non voglio dire perfetto ma efficace, il test terapeutico mirato.”
“Il nostro organismo è controllato da due classi di geni, che sono delle forze positive e delle forze negative, e questi geni vengono chiamati geni che promuovono la crescita cellulare e geni che inibiscono la crescita cellulare. Quindi noi abbiamo come un semaforo rosso e un semaforo verde. Questo equilibrio così delicato che esiste fra queste due forze, quindi tra questo numero incredibile di geni, porta all'equilibrio della crescita cellulare.”
“Noi sappiamo che una cellula, e sembra quasi un paradosso, per funzionare normalmente deve avere un proprio ruolo, crescere e poi morire. Questo fenomeno si chiama ‘morte cellulare controllata’. La cellula tumorale invece non muore, è immortale. Ecco uno dei grandi dogmi della ricerca scientifica, riuscire a capire questo equilibrio esistente fra forze negative e forze positive e perché questa cellula che naturalmente programma la propria morte diventa immortale.”
“Studiare questo tipo di processo cellulare ci permetterà di capire il fenomeno del cancro, e di capire come fare per riuscire a spingere nuovamente la cellula a programmare la propria morte, come naturalmente dovrebbe essere. Tante di queste scoperte sono state fatte, ad esempio quella dei geni oncosoppressori. Tra le forze negative e protettive, che promuovono la crescita di una cellula, o che bloccano la crescita di una cellula, ci sono i geni oncosoppressori che sono geni che frenano, che mantengono le cellule in fase di fermo, come una macchina parcheggiata in discesa col freno a mano tirato. Quando questo gene funziona la macchina non scende, rimane ferma sulla discesa, però quando c'è un danno, come ad esempio un difetto di fabbrica (cioè un problema che ci portiamo dalla nascita) oppure un problema ambientale legato all’amianto, al cloruro di vinile e a tante altre sostanze che insultano il nostro organismo, noi vediamo che questo freno a mano si danneggia e la macchina scende. Quando il gene si danneggia, c'è questo sblocco, e questo equilibrio così delicato e perfetto, questo orologio quasi svizzero che detta i tempi della crescita delle nostre cellule, si rompe e abbiamo il sopravvento di una serie di geni su altri, quindi una crescita cellulare incontrollata: la genesi del tumore.”
“Fra tutte le cause associate, possiamo parlare di problemi genetici, di insulti atmosferici, di stress e tante altre cose. L'insieme, le sinergie di questi effetti multipli che bombardano le nostre cellule, portano il danno. Le nostre cellule formano una macchina perfetta, pensiamo quanti insulti queste cellule devono subire affinché ci possa essere un cambiamento! Sviluppiamo una cellula tumorale al secondo, pensate con che forza il nostro organismo deve riuscire a mantenere questo equilibrio intatto. Il gene oncosoppressore, è uno dei geni che vengono chiamati guardiani del genoma umano, geni che hanno la funzione di controllare i processi cellulari importanti, che controllano questi check point, questi punti, questi passaggi delle fasi del ciclo cellulare: una cellula che diventa due cellule, la mitosi e tutti questi processi. Ed ecco che questi geni oncosoppressori vengono danneggiati.”
“A cosa ha portato questa ricerca? A generare tutta una serie di farmaci nuovi. Perché il farmaco chemioterapico crea danni, è un farmaco che non ha nessuna educazione. Il farmaco deve avere un bersaglio all'interno della cellula, il bersaglio sono i geni, sono le proteine prodotte da questi geni. Più è precisa e maggiore è la conoscenza del bersaglio, più è preciso e intelligente il farmaco, come smart bomb, bombe intelligenti; più intelligente è il bersaglio di questi farmaci all'interno della cellula e più si può riuscire a revertire o a controllare l'anomalia al livello della cellula.”
“Non è un un solo gene; questi geni oncosoppressori di per sé dialogano con altri geni; i geni all'interno delle cellule dialogano fra loro e dialogano in una maniera molto chiara, toccandosi addirittura: la proteina di un gene interagisce con la proteina di un altro gene e quell'interazione dètta dei tempi specifici nei processi cellulari. Oggigiorno si dice che le terapie diventeranno e stanno diventando sempre di più delle terapie mirate. Allora gli oncologi, i clinici, i chirurghi saranno considerati come grandi sarti, perché ognuno di noi ha una base genetica e anche se i geni sono gli stessi, ognuno di noi ha una possibilità di danno a livello di questa serie di geni differente.”
“Sentite spesso dire che con la stessa diagnosi di tumore al polmone, un paziente risponde, un altro paziente non risponde, uno sopravvive 5 anni, un altro solo sei mesi, nonostante la diagnosi sia la stessa. Tutta queste serie di molecole che interagiscono tra loro hanno dei danni differenti che danno delle caratteristiche biologiche differenti a questi tumori. Quindi che significa ‘cucire la terapia’? Significa che oggigiorno il tumore deve essere caratterizzato. Avete sentito parlare di genomica, postgenomica, proteomica: significa che si può riuscire a capire il profilo genetico del paziente e del tumore in particolare e andare a disegnare e a cucire la terapia secondo quel profilo; e significa anche diagnosi precoce, perché da quel profilo genetico si può riuscire a capire anche l'aggressività o no del tumore, e quindi dare finalmente al clinico l'opportunità di agire in maniera più intelligente. Oggigiorno il clinico usa un protocollo, per dei tipi di tumore, il protocollo x che prima esisteva solo in alcuni ospedali, oggi si può trovare anche nell'ospedale più isolato al mondo. Si fa al computer.”
“Abbiamo una serie di sperimentazioni cliniche nuovissime, il nostro gruppo in particolare dopo vent'anni porterà tre sperimentazioni cliniche sulle scoperte fatte in un anno e mezzo sul tumore al polmone, alla mammella e alle ovaie, e con grande orgoglio indirettamente le nostre scoperte hanno permesso anche ad altri gruppi di arrivare a soluzioni, alcune addirittura di maggiore successo. C'è una competizione, in America, che si chiama ‘healthy’, salutare, ed è da ammirare e da seguire. Tutti dobbiamo competere in maniera positiva per portare le scoperte il più avanti possibile, e poi speriamo che si arrivi primi, naturalmente, ma in realtà quello che deve arrivare per primo è sempre il paziente che deve essere al centro di tutta la ricerca scientifica. E la ricerca scientifica oggigiorno anche negli Usa si sta focalizzando sempre di più sulla cosiddetta ‘translation’, cioè la traduzione di tutte queste ricerche di base a livello clinico.”
“Dopo di me, interverrà il Prof. Guarino che è un chirurgo. Anche il chirurgo cerca di capire la biologia della patologia, perché anche lui vuole intervenire non come un tecnico, così alla cieca, ma in maniera intelligente per riuscire a capire il profilo del tumore, la caratteristica. Ecco che si parla di ‘bridge’, di ponte tra ricerca di base e ricerca applicata, perché poi la traduzione di queste scoperte viene fatta dal clinico e il clinico deve avere la sensibilità di riuscire a interpretare le difficoltà anche concettuali.”
“Per concludere, io sono convinto che il tumore sia una malattia che si controllerà. Si arriverà a una prevenzione perfetta. La conoscenza di tutti questi meccanismi, delle molecole, le frasi perfette, i libri perfetti che si scriveranno e che si riusciranno a comunicare ci aiuteranno a prevenire le malattie quando ancora siamo sani. Però in compenso sono convinto che anche quando si arriverà a una fase avanzatissima, il tumore comunque rimarrà un animale difficile da domare, da controllare. Intanto bisogna evidenziare che c'è una maggiore longevità dell’uomo e ciò è perché c'è una maggiore conoscenza dell’argomento, ci sono prevenzioni e approcci diagnostici e terapeutici molto più avanzati.”
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 Come anticipato dal Prof. Giordano, la parola è stata data quindi al Prof. Enrico Guarino, chirurgo oncologico, Presidente Associazione Italiana Oncologia Apparato Digerente
“Si è parlato, negli autorevoli interventi che mi hanno preceduto, di prevenzione ad origine, la prevenzione primaria. Purtroppo siamo molto lontani da ciò e nonostante i grandi passi in avanti, l'unica arma che abbiamo al momento è la prevenzione secondaria, che anch’essa, culturalmente, non è ancora entrata nelle teste di noi occidentali.”
“Oggi di cancro al seno si muore di meno, si sopravvive meglio, si fa una diagnosi precoce: un primo stadio permette la sopravvivenza a 5 anni al 90 per cento; idem per il tumore del colon. Un tumore al quarto stadio permette sei mesi di vita. Questo per farvi capire la differenza. Fare diagnosi del cancro del colon, come la poliposi del colon che è una patologia benigna, è il primo passo per la trasformazione neoplastica. Parlando di genetica si è scoperto recentemente che nel tumore del colon c'è un gene, che è il p 53, presente nel 70 per cento dei casi. Quindi è importante l'interazione con una diagnosi precoce, secondaria, non primitiva. Il nostro intervento, cioè quello chirurgico, è solo successivo, in un secondo step. Il chirurgo, parlando in maniera specifica del mio intervento, nel momento in cui interviene sul primo stadio ha una possibilità di guarigione maggiore per il paziente soprattutto perché il problema allo stato attuale è nella oncologia; la chemioterapia, la radioterapia sono trattamenti altamente aggressivi che non distinguono tra cellula positiva e cellula negativa. Ci sono invece alcune specificità per alcuni tipi di tumore. Prenderli in considerazione non vuol dire riuscire a risolvere il problema, ma va detto che sono tantissimi gli effetti collaterali ad essere diminuiti nel tempo.
“Chi di noi non si ricorda il parente, l'amico che ha fatto la chemioterapia e tornava a casa senza capelli, vomitava 5 giorni e stava ricoverato una settimana? Queste cose stanno diminuendo nel tempo, ma ancora non siamo arrivati a quello che è il vero obbiettivo: poter vivere con il tumore. Perché sono convinto che il nostro futuro è convivere con queste malattie croniche; come si convive con la cardiopatia, come si convive con il diabete si potrà convivere con il tumore, perché forse non dico i miei figli, ma i miei pronipoti riusciranno a sapere geneticamente chi di loro svilupperà un tumore. Ma tutto questo è ancora lontanissimo.”
“Io ho un'associazione di volontariato con la quale insieme ad alcuni colleghi, facciamo un lavoro di prevenzione nei centri per anziani. Ci siamo inventati questo approccio perché in Italia purtroppo non c'è la cultura della prevenzione e della diagnosi precoce, non esiste. Molta gente dice: ‘io fare una visita? no, e se poi trovo qualcosa...’. La cultura della prevenzione manca tra i cittadini ma anche a livello politico. Penso a quello che ci diceva il prof. Tarro sul Pil: è vero, non si spende nella prevenzione perché i risultati della prevenzione si vedranno soltanto fra 5, 10, 15 anni, e non potranno essere rivendicati da chicchessia. Ciò è grave: la cosa più importante è la cultura della prevenzione. Vediamo i problemi che ha ogni persona, ogni singolo cittadino se vuole fare un check up preventivo a 40 anni; non sa come fare, perché deve andare in ospedale, dal proprio medico di famiglia, farsi fare l'impegnativa, girare nei vari posti, prenotare 5-6 appuntamenti a distanza di 7-8 mesi. Così la gente si stanca, si demoralizza. Una persona di 60-70 anni, un pensionato, non ha le possibilità o le capacità di andare di qua e di là a fare analisi e quindi finisce per rinunciarvi, lasciando che lo stadio di malattia avanzi inesorabilmente. Quello che vorrei che capisse la politica, quelli che gestiscono i nostri soldi, è quanto costa un paziente malato: costa come guarirne un milione nella fase iniziale della malattia. Pensate che un farmaco chemioterapico parte da 700 euro a fiala: non avete idea di quanto costa una persona che sta male, quanto costa la sua gestione a lui e ai suoi parenti, pensate solo all'ospedalizzazione.”
“Un'altra cosa importantissima che nessuno mette mai in evidenza: la cultura della prevenzione va fatta ai giovani, non esiste nella nostra scuola un processo di educazione alla salute. Certo, è stata fatta una legge sul fumo, per la quale chi vuole fumare può farlo ma non davanti ad altre persone che non vogliono. Nessuno, però, ci dice quali sono le patologie che porta il fumo. Non è soltanto la cardiopatia o il tumore al polmone. Nel tumore del colon, un paziente su tre è fumatore, e nessuno ne parla.”
“I giovani sono il nostro futuro, il problema fondamentale della nostra società è di guardare all’oggi e a non guardare avanti. La cultura della prevenzione costa pochissimo: io ho fatto in 5 anni con la nostra associazione 1800 visite gratuite all'interno dei centri anziani di Roma e provincia. In una stanza giocano a carte, in una si fa l'uncinetto o si guarda la televisione, in un'altra noi visitiamo. Abbiamo trovato 180 polipi. 18 tumori, in persone che stavano bene, tra quelli che giocavano tranquillamente a carte. Questo a dimostrazione del fatto che la diagnosi precoce la devi attuare quando non c'è nulla; quando uno va dal dottore perché sta male, sente la massa al seno, respira male, siamo già arrivati tardi. Non resta altro al lavoro del chirurgo che si sarebbe potuto evitare.”
“Tutto ciò che è stato detto precedentemente dai colleghi è affascinante, anche io sostengo la validità della ricerca abbinata; sapere qual è la predisposizione genetica, anche per me che vado a fare un intervento, sicuramente anche dal punto di vista biologico, è una cosa positiva. Una differenza fra oncologo e chirurgo è che l'oncologo lavora per protocolli, ha degli schemi e quella è la terapia. Il chirurgo anche se ha degli schemi di trattamento, nel momento in cui si trova ad operare per qualsiasi patologia, lavora su quello che trova. Segue mentalmente un protocollo di base, il tipo di trattamento che deve essere fatto se è un primo, un secondo, un terzo o quarto stadio, ma poi all'atto pratico deve adeguarsi a quello che si trova davanti. Forse è per questo che il chirurgo è più contento di avere colleghi che gli possano dare messaggi più chiari sul proprio operato.”
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L’intervento successivo è stato affidato al Dott. Carlo Gargiulo, un medico di base che si è guadagnato l’affetto e l’attenzione di molti telespettatori per la capacità di affrontare temi difficili con grande capacità divulgativa e comunicativa nella nota trasmissione della Rai “Elisir”.
“Quando si parla di prevenzione è indifferente che si parli di prevenzione dei tumori piuttosto che di prevenzione di malattie cardiologiche o di broncopneumopatie. Quando si parla di prevenzione, dico sempre che c'è una rima ben precisa: quella con informazione; se non si è informati non si riesce a fare una prevenzione corretta, se non si sa a che cosa si va incontro con degli stili di vita non adeguati. Ho sentito l'ultimo intervento in cui si parlava di prevenzione nelle scuole, entrare in contatto con i nostri ragazzi e insegnar loro cosa significa aver cura del proprio corpo, di questa macchina che ci viene data in condizioni normalmente ottime e che noi non riusciamo a mantenere. Se noi avessimo per la nostra autovettura la stessa cura che abbiamo per il nostro organismo, credo che non la cambieremmo una volta ogni tre o quattro anni ma ogni sei mesi. Con l’automobile, rispettiamo dei tagliandi che con il nostro corpo non rispettiamo; abbiamo una cura nella scelta dei lubrificanti e della benzina che non abbiamo quando scegliamo gli alimenti che diamo ai nostri figli, soprattutto. Bisogna fare un passo indietro e cominciare a considerare questo insieme di fattori. È vero che oggi abbiamo delle terapie che sono ad altissimo livello, abbiamo finalmente raggiunto un giusto mix fra chirurgia e chemioterapia; è vero che oggi riusciamo ad operare in condizioni ancora più difficili, si riesce ad arrivare su pazienti ancora più difficili e dopo si hanno degli ottimi risultati associando la chemioterapia; ma il nostro obbiettivo è quello di mettere in pensione il chirurgo, è quello di riuscire ad arrivare a capire che il chirurgo dovrà intervenire soltanto di fronte ai traumi, a quelle situazioni che non sono prevedibili. La prevenzione diventa una necessità. Non c'è un limite di età per la prevenzione, questo è un altro di quegli elementi forti, di messaggi forti che cerco di far passare in trasmissione. Non c'è un limite di età perché a qualunque età si possono cominciare a correggere alcuni stili di vita e correggerli significa evitare che, ammesso che ci siano delle malattie croniche, queste possano dare vita ad ulteriori complicanze.”
“Qui nasce proprio il problema dell'informazione che ancora trova qualche resistenza proprio nella classe medica. Sembra strano a dirsi ma le critiche più forti alla mia trasmissione le trovo generalmente quando vado ai convegni dei colleghi, soprattutto dai colleghi di medicina generale; la tendenza è quella di ripetermi, ‘eh sì, tu la domenica parli, e il lunedì noi ci troviamo gli studi pieni di persone che hanno visto Elisir e che vengono perché...’. Ma ben venga, anche se fosse soltano un caso. Era emblematico il discorso del Prof. Guarino sulle visite effettuate nei centri anziani e quindi dello scoprire anche chi non ha idea di avere una patologia. Ho trovato la risposta più giusta a queste critiche quando a Verona, in un albergo, il portiere mi ha detto: ‘Ma dottore, lei lo sa che mi avete salvato la vita? Perché non più tardi di un mese fa avete parlato di cardiologia, di infarto, io ho seguito la trasmissione, la mattina dopo ho avuto un doloretto leggero che avrei tranquillamente trascurato, invece sono andato in un pronto soccorso e mi hanno diagnosticato un infarto, sono stato curato, tranquillo, e io sono qua che lavoro’. La soddisfazione è stata grossa, mi sono detto tra me e me: ‘finalmente l'informazione arriva’. Solo che mentre mi raccontava tutta questa storia aveva una sigaretta accesa sul tavolo, e quello mi ha lasciato in dubbio, perché mi ha fatto capire che l'informazione e la prevenzione vanno bene ma bisogna ancora battere di più su alcuni argomenti, soprattutto dove si è più restii a cercare di fare il passo in più: sull'alimentazione, sul fumo.”
“L'altro dato fondamentale è quello di cercare di convincere che dobbiamo lavorare molto sui nostri ragazzi. I nostri ragazzi hanno il diritto di essere informati nel modo giusto, e il dovere di seguire alcune informazioni che diamo loro per cercare di evitargli alcuni errori che abbiamo fatto noi. Noi abbiamo una scusante abbastanza forte, c'è stata un'evoluzione troppo veloce, per cui abbiamo avuto un'evoluzione per quello che riguarda la diminuzione dello sforzo fisico: i nostri nonni lavoravano la terra, noi andiamo in automobile; i nostri nonni salivano le scale per arrivare al sesto piano, noi prendiamo l'ascensore; quindi abbiamo avuto una serie di elementi in più che ci consentono di vivere meglio, questo è vero, però non abbiamo corretto la nostra alimentazione. Noi continuiamo a mangiare in fondo come mangiavano loro, il nostro cervello ancora non si è adattato, il passaggio è stato troppo veloce. Cominciamo a fare questo lavoro con i nostri figli. Loro piano piano dovranno adattarsi e abituarsi, sforzarsi un po' di più, mangiare un po' di meno, curare di più anche i problemi del sovrappeso che non riguardano solo il cuore o i bronchi, ma riguardano anche la patologia neoplastica. La prevenzione è prevenzione, non si può più fare un discorso di prevenire una malattia invece che un'altra, bisogna riuscire a capire questo passaggio, quindi informarsi nel modo corretto e giusto utilizzando quelle informazioni che sono certificate e che sono giuste, corrette, scientificamente approvate.”
“Questo è un altro punto un po' dolente: purtroppo oggi abbiamo una massa di informazioni che arrivano, e non sempre queste informazioni sono convalidate scientificamente. Un po' di attenzione va prestata anche a quello che viene detto. In questa sede non ci sono rischi, ma se uno naviga su internet può trovare di tutto e di più. Anche lì il medico di famiglia dovrebbe fare qualcosa, perché se arriva il paziente, il cittadino, magari con il pacchettino di fogli stampato da un sito Internet e chiede informazioni, il medico deve essere consapevole e preparato a gestire anche quel tipo di informazioni. Su questa linea noi potremo mettere in pratica tutto ciò che ci viene di buono dalla ricerca e dalle cattedrali della scienza. Quando sarà il momento in cui queste novità arriveranno sul campo, se noi avremo fatto la nostra parte insieme si riuscirà a fare un passo in più per portare a compimento un'opera che è un'opera giusta. Parafrasando una frase non mia: fino ad adesso la scienza ci ha aiutato ad aggiungere anni alla vita, adesso è giunto il momento di aggiungere vita agli anni. E questo è soltanto compito vostro e nostro.”
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Ancora sulla divulgazione scientifica, l’ultimo intervento è stato quella di Daniela Rosati, la popolare conduttrice di tanti programmi sulla medicina, attualmente sugli schermi della Rai con il programma “Tuttobenessere”.
“Inizio ricollegandomi alla conclusione del Dott. Gargiulo, cioè al fatto che dobbiamo aggiungere vita agli anni, pensando anche al fatto che ormai noi italiani siamo i secondi al mondo per longevità, subito dopo i giapponesi. La frase citata dal Dott. Gargiulo è di un grandissimo geriatra di Firenze, il Professor Antonini, che la disse 20 anni fa in una delle prime interviste della mia carriera, nel programma che conducevo all’epoca, ‘Medicine a confronto’ e io non l’ho mai dimenticata.”
“Da comunicatore scientifico - perché questo è il mio ruolo, io non sono un medico, io sono laureata in architettura e faccio la giornalista- dico che lo sforzo che faremo quest'anno sarà di rivolgerci prevalentemente alla comunicazione scientifica, perché le novità della ricerca sono importanti, sono in divenire. Io ho identificato tre punti fondamentali. Bisogna arrivare a capire come migliorare quella tecnologia che porterà a una prevenzione migliore e a delle terapie mirate. I patologi clinici dovranno essere come dei grandi sarti, dovranno essere in grado di cucire addosso a ognuno di noi, singolarmente, individualmente (perché ognuno di noi è un'entità differente dagli altri, geneticamente siamo uguali ma le connessioni genetiche di ognuno di noi sono diverse) la cura che ci compete. Questa sarà la genomica, sarà la proteomica, sarà la nuova era della medicina, della scienza, ed è di questo che io vorrò parlare nella mia trasmissione, dando spazio a tutti coloro che stanno facendo questo sforzo, e ci rendiamo conto di quale sforzo sia. Daremo voce a scienziati di tutto il mondo, anche se noi siamo in Italia e quindi cercheremo di avere soprattutto scienziati italiani”.
“In questi giorni si sta svolgendo Telethon che è un momento molto importante di solidarietà. Ma proprio in queste occasioni bisogna ricordare, che dobbiamo stare attenti e concentrati sulla rigorosità sia nella che della ricerca. Cercheremo di avere mensilmente un resoconto di quello che Telethon sta facendo, di come questi soldi che gli italiani generosamente danno alla ricerca vengono spesi e con quali risultati. Credo che sia molto importante, visto che viviamo in un paese dove per ora non si è fatto tantissimo dal punto di vista economico per la ricerca. Si farà anche perché apparentemente è nella volontà di tutte le persone con le quali ho parlato. Tutti mi dicono ‘noi vogliamo dare grande spazio, forza e introiti alla ricerca’. E io ho imparato questo discorso sull'etica e sul rigore insegnando negli Stati Uniti alla Temple University di Philadelphia proprio comunicazione scientifica, e per questo ringrazio di cuore il Prof. Giordano per la preziosa occasione che mi ha offerto”.” |
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