I CONVEGNI DELL'AEREC  

“La comunicazione mediatica tra diritto di cronaca e responsabilità morale”

Un Convegno promosso dall’AEREC alla Camera dei Deputati

Accantonati temporaneamente i temi economici che hanno caratterizzato la maggior parte dei convegni promossi in questi anni, per l’edizione 2006 dell’Academy Day, l’AEREC ha voluto ricordare la vocazione anche culturale dell’istituzione, organizzando un convegno sul tema della “comunicazione mediatica tra diritto di cronaca e responsabilità morale” cui hanno preso parte esperti del settore e una folta platea riunitasi nella prestigiosa ed elegante sede della Sala delle Colonne della Camera dei Deputati.

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I motivi che hanno portato a scegliere un tema legato al mondo della comunicazione sono stati brevemente illustrati ai presenti, in apertura dei lavori, dal Presidente dell’AEREC, Dott. Ernesto Carpintieri.
“L’esigenza di discutere e confrontarci sulla comunicazione mediatica di oggi mi è nata guardando il solito telegiornale della sera. Una notizia, o meglio il modo nel quale è stata annunciata dallo speaker, mi ha provocato un moto di indignazione, se non di rabbia. La notizia del ritrovamento di una donna morta, assassinata, decapitata, con la testa a sei metri di distanza dal corpo. Mi sono chiesto: qual è la ragione del dover dare un’informazione in maniera così forte? Che cosa aggiungono, ad una notizia di cronaca, macabri particolari come quello che i vicini sono stati attratti dall’odore del cadavere maleodorante di una donna uccisa con quaranta coltellate, in evidente stato di decomposizione? Ritengo che sia ingiusto e scandaloso dare le notizie in questo modo. Ritengo che possa danneggiare l’animo degli esseri umani, soprattutto dei ragazzi che stanno crescendo; non mi pare un terreno fertile per sviluppare la coscienza delle nuove generazioni. Mi chiedo, quindi, se non sia arrivato il momento di chiedere a gran voce ai responsabili dell’informazione televisiva e della carta stampata di essere più accorti nel trattare la cronaca. Ed è su questo che chiedo, in questa sede e agli illustri ospiti che hanno raccolto l’invito dell’Accademia, una serena riflessione in merito”.

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A coordinare i vari interventi, il Prof. Guido Crapanzano, docente di Scienze della Comunicazione.
“È vero che sempre più spesso siamo indignati per il modo in cui vengono esposti certi fatti e proposte alcune immagini sugli organi di stampa e in televisione. Però, se questa indignazione è ben presente fra noi, lo è meno presso il grande pubblico, il quale in fondo si pasce di questi elementi. Una cosa di cui dobbiamo tenere conto è che i giornalisti rispondono al pubblico, a tutti noi, in veste morale e deontologica, però devono anche fare gli interessi degli editori. A questo proposito, ascolterei il parere del dottor Giancarlo Innocenzi, il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, già Sottosegretario al Ministero delle Comunicazioni durante l’ultimo governo, una fra le persone più autorevoli per esprimere un giudizio sulla questione morale della comunicazione.”

Dott. Innocenzi: “Il tema prescelto per il convegno è più che mai d’attualità e non solo per le vicende di queste ore, di questi giorni, che aprono sicuramente scenari nuovi. La vicenda della divulgazione di intercettazioni telefoniche che non sono strettamente pertinenti con eventuali reati, riguardanti anche persone che non sono coinvolte in indagini giudiziarie, ha sicuramente posto all’attenzione di tutti, della politica, della stampa, il tema di quale sia il confine fra il diritto di cronaca e il rispetto della privacy.” “Prima di ricoprire incarichi istituzionali mi sono occupato di tv per molti anni, forse sono un operatore della televisione pentito perché poi sono diventato abbastanza critico nei confronti di questo mezzo. Mi sono sempre domandato: la tv è cattiva perché il pubblico vuole una tv cattiva, o perché si dà al pubblico una tv cattiva? Nonostante i tanti dibattiti e convegni al riguardo non si è ancora arrivati ad offrire una risposta definitiva e una soluzione. Detto in altre parole: la stampa ha superato il limite del diritto di cronaca perché è il pubblico che lo vuole, o la verità è che il pubblico si è abituato e vuole sempre di più? L’asticella del voyeurismo sale oggi sempre più in alto. Quando nacque il format del Grande Fratello tutti furono abbastanza scandalizzati, ma la seconda edizione, rispetto alla prima, era già una tacca più in alto, e sappiamo che in giro per il mondo ci sono edizioni del Grande Fratello la cui asticella è ormai talmente in alto che, in confronto, la prima edizione sembra un programma per educande. È vero che il problema va affrontato anche dal punto di vista normativo. Forse bisogna irrigidire le norme, fare decreti legge o una legge da dibattere in maniera bipartisan. Però ci sono anche parti, ovviamente, che dicono: attenzione, come si fa a frenare il diritto di cronaca? Ed è corretto. Ho fatto questo mestiere e mi rendo conto che è pericoloso per una democrazia impedire la divulgazione di notizie.”

“In questo periodo sono stati toccati tre temi che hanno colpito la sensibilità di tutti. Prima, la grande finanza con il caso Fazio, poi il calcio, che ovviamente pervade le case di ognuno di noi, e infine il gossip sui reali e tutto il contorno. La colpa è dei giornalisti che hanno divulgato, e che quindi sono andati oltre il diritto di cronaca, o dei magistrati che hanno intercettato anche cose che non riguardavano lo specifico oggetto dell’indagine per la quale c’erano gli estremi per le intercettazioni e forse anche per le pubblicazioni? O di altri operatori, che sono quelli che vanno ad aprire i cassetti, prendere gli atti e li danno ai giornalisti? Il tema è vasto e complesso. I giornali lo fanno perché il pubblico, abituato a questa asticella che continua a salire, lo vuole.”

“Il problema va ricondotto a una questione che abbiamo dimenticato un po’ tutti: la questione dell’etica. Comincio a pensare che aveva ragione Karl Popper: è necessario che ciascuno degli operatori della comunicazione abbia una patente. Senza la patente non si guida, e probabilmente senza patente non si può nemmeno guidare la comunicazione. Fino a poco tempo fa eravamo abituati a considerare i media limitatamente alla carta stampata; poi sono arrivate la radio, la televisione e quant’altro. Oggi l’evoluzione tecnologica è talmente rapida e veloce, che se volessimo racchiudere il periodo che va da quando Gutemberg ha inventato la stampa ad oggi, in un’immaginaria giornata di 24 ore, sarebbero passati solo 50 secondi. La televisione, come la concepiamo tradizionalmente, forse tra poco non esisterà più. Qualche mese fa è nata la tv mobile all’interno del telefonino, tra un po’ avremo la tv all’interno di internet. La televisione è già interattiva, digitale, satellitare. Tutti questi strumenti hanno bisogno di un carburante, cioè i contenuti. Ne occorrono tanti. Per fare tanti contenuti occorrono tanti operatori. Che purtroppo si improvvisano, e anche quelli che non si improvvisano hanno perso la percezione del livello dell’asticella, del problema dell’etica. Dobbiamo essere tutti indignati, perché stiamo arrivando a un livello in cui il buco della serratura non ci basterà più. Il motivo per cui i reality show funzionano è che ognuno di noi deve andare a guardare nel buco della serratura ciò che fa il vicino, salvo poi indignarsi quando qualcuno guarda nel buco della serratura di casa nostra. Questo è quello che sta succedendo: a un certo punto ci troveremo tutti dentro questo grande reality show, e ci chiederemo cos’è successo, perché non ci siamo fermati in tempo. A me non preoccupa tanto il problema delle intercettazioni, mi preoccupa il problema delle nuove generazioni, della tutela dei minori. L’avvento dei grandi strumenti della comunicazione ha portato a questo: non c’è più salvaguardia per nessuno.”

“Qualche tempo fa un operatore della telefonia mobile ha propostoal pubblico di realizzare i propri filmati sul telefonino, che se fossero stati scaricati da altri soggetti avrebbero dato diritto a una ricarica gratuita. Sono stati realizzati 100-150mila filmati al giorno; peccato che in buona parte fossero pornografici, e quasi tutti i bambini potevano scaricarli, perché tutti i bambini hanno i telefonini e sanno usarli meglio degli adulti, come gli altri strumenti delle nuove tecnologie. È questo il problema serio, quello dellatutela delle categorie meno protette. Ecco perché il confine è labile: qual è il diritto di cronaca, dove si oltrepassa? Non si può andare oltre. La risposta è questa. Perché siamo già andati oltre. Quando facevo questo mestiere non arrivavamo a tanto, avevamo un po’ di etica, di controllo. Esiste un codice deontologico, non solo dei giornalisti ma anche all’interno della Rai. Se però domandate a qualche giornalista Rai se l’ha mai letto, non sa rispondervi.” “Non sono d’accordo sul fatto che bisogna inventare nuovi strumenti coercitivi. Ce ne sono già tanti, semmai bisogna applicarli. I giornali non dovrebbero pubblicare notizie che non riguardano le persone oggetto d’indagine, però le pubblicano. I magistrati non dovrebbero intercettare persone che non sono coinvolte nell’indagine, però lo fanno. All’interno dei tribunali nessuno dovrebbe aprire cassetti e distribuire materiale ai giornalisti, però lo fanno. Allora, più che fare nuove leggi, bisogna rispettare quelle che ci sono. Bisogna mettersi tutti intorno a un tavolo e tornare a questa parolina che è la più importante e fondamentale, per chi fa questo mestiere: l’etica. Ci stiamo avvicinando a un livello in cui l’asticella è troppo elevata. Dobbiamo recuperare i valori che sono dietro questo grande patrimonio che è la comunicazione, che è ed è stata fondamentale. Io non demonizzo il telefonino, tutt’altro, pensate ad esempio a quante vite sono state salvate durante lo tsunami grazie ai telefonini. Tutti gli strumenti della comunicazione hanno una grandissima efficacia, il problema è saperli usare, con un’etica adeguata. Gli strumenti che abbiamo a disposizione sono ormai troppi e fortemente invasivi. Se tornasse McLuhan ormai non parlerebbe più di villaggio globale, perché ormai siamo diventati una dimensione planetaria globale. Noi stessi abbiamo chiesto all’Autorità della Privacy di affrontare il tema comunemente.”

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Il Prof. Crapanzano ha quindi dato la parola al successivo relatore, Monsignor Vittorio Formenti della Segreteria di Stato Vaticana.
“All’inizio degli anni ’90, dopo la morte di Dante Alimenti, venne fatto un esperimento di scuola di giornalismo all’oratorio di S.Pietro, nell’ambito del giornalismo cattolico. Io venni incaricato di insegnare la Teoria e la Tecnica dell’Informazione Religiosa. Avevamo un gruppo di giovani volenterosi, qualcuno dei quali ha fatto anche una certa carriera, e con questi giovani leggemmo due documenti pastorali di una grande figura di pastore, che è il cardinale di Milano Carlo Maria Martini. Due lettere che lui aveva mandato alla sua diocesi, intitolate “Il lembo del mantello” e “Sto alla porta”. Lettere pastorali che in realtà erano il disegno ben definito, che dava le indicazioni al mondo della comunicazione per poter trovare una strada etica. Carlo Maria Martini usava allora delle metafore molto belle, richiamandosi al modo di fare di Cristo nel Vangelo, il quale comunicava alla gente con le parabole. Insegnava attingendo all’esperienza di ogni giorno, al mondo contadino, al mondo dei pescatori, al mondo dei suoi ascoltatori, che era un mondo molto semplice, e così comunicava. Se possiamo fare un riferimento a una persona che negli ultimi decenni è stato un grande comunicatore, parliamo di Giovanni Paolo II, che ha avuto come sua caratteristica quella di comunicare al mondo, e comunicare non solo l’annuncio cristiano, quello lo faceva da Papa, ma soprattutto il suo amore all’uomo.” “Vorrei fare un passo indietro andando ad attingere ad alcune parole di Paolo VI, che era figlio di un giornalista, per cui ha vissuto la comunicazione nell’ambito familiare. In uno dei suoi primi interventi da Papa alla stampa, fece la radiografia di chi è il giornalista, il comunicatore. È interessante perché viene usata proprio l’aggettivazione tipica di Paolo VI. Citando Cicerone diceva che il giornalista ‘omnia novit’, il giornalista conosce tutto. Vi leggo queste poche righe perché sono molto belle e scritte con arguzia: “Il giornalista sa tutto. La virtualità del suo pensiero e del suo linguaggio è tale da mettere in imbarazzo chiunque osi colloquiare con lui. Anche se l’interlocutore ha una sua parola grave e densa da proferire. La quale però a confronto di quella agile, duttile, felice del giornalista, resta timida e stentata, quasi dubbiosa di venire alle labbra. Parlare ai giornalisti, c’è di che temere. Essi sono pronti ed abilissimi a carpire una parola, un’allusione, una frase, e a trovarvi dentro dieci, cento significati, e ad attribuirvi quello che essi vogliono. La loro curiosità è una rete tesa, in cui l’incauto che vi si appressa, candido ed ingenuo, cade facilmente. Assalito da questioni inattese, da domande compromettenti, da giudizi imprevisti, liberi ed audaci, talvolta inesatti e spietati”.

“Mi è capitato qualche volta di passare al vaglio di un giornalista che mi ha interpellato e so significa proprio sentirsi giudicato in tutta la tua essenza, in quel poco che sai dare, ma anche nella tua persona. Il giornalista poi deve tradurre in parole quello che a sua volta trae dalla cronaca di ogni giorno, e deve essere l'artefice di una parola grande, che è la verità. Giovanni Paolo II, grande comunicatore a sua volta, parla molte volte ai giornalisti, basta guardare nei 55 volumi del suo magistero, per trovare quante volte si è trovato a interloquire con loro. Disse questa bella frase: "Volendo tracciare l'identikit di un'autentica libertà di informazione, potremmo dire che essa consiste nella sintesi vitale tra autonomia, verità, senso del bene comune e senso di responsabilità".”

“Mi permetto di attingere alla mia memoria citando un fenomeno di cui abbiamo letto sui giornali un po' di anni fa, proprio per capire la portata di queste parole di Giovanni Paolo II. Ricordate, tutti quanti, quando la giornalista Camilla Cederna, attraverso una serie di articoli che poi, se ricordo bene, diventarono un libro, accusò il presidente Leone, uomo politico di grande caratura, e lo obbligò alle dimissioni. Titoli a grandi caratteri sui giornali, per un uomo che ha dovuto pagare un prezzo molto alto. Quando, un po' di tempo dopo, la magistratura appurò che era innocente, abbiamo trovato in seconda pagina titoli molto piccoli. Ecco, questo significa travisare il compito del comunicatore, che è colui che deve essere testimone della verità, e la verità è grande attenzione all'uomo.” “Leggo una frase che è stata pronunciata solo pochi giorni fa dal nostro Ministro degli Esteri, monsignor Giovanni Laiolo, che proprio ieri ha ricevuto un nuovo incarico da parte del Papa: lascia il mondo diplomatico e andrà a dirigere un compito un po' ostico per lui, davanti all'assemblea delle Nazioni Unite. Ha scritto: "La dignità dell'uomo è il seme dove nascono tutti i diritti e costituisce il fondamento ultimo di ogni sistema giuridico, compreso il sistema giuridico internazionale". Cito ancora un fenomeno. Vedo qui la signora Maria Pia Fanfani, che conosce molto bene l'Africa, perché si è impegnata in prima persona ed è andata molte volte a ‘sporcarsi le mani’. Provate a pensare quante volte noi leggiamo dell'Africa sui giornali. Mi dicono, non so se corrisponde al vero, che in Africa non ci sono nemmeno più i corrispondenti dei nostri quotidiani. Ci si accontenta solo di piccole notizie di agenzia. E voglio ricordare che una piccola agenzia è nata dal cuore e dalla mente di un giornalista che è padre Albanese, missionario comboniano, che ha creato la Misna, quell'agenzia che soprattutto dall'Africa ci fornisce notizie che provengono dalla base, perché vengono attinte dai missionari. Dell'Africa non parla nessuno, e l'Africa è un continente, ma l'Africa non interessa, perché gli interessi delle grandi potenze sono altrove. Ecco, la verità, l'attenzione all'uomo, la dignità. Proprio per ricondurmi al pensiero del Presidente Carpintieri, parlo proprio della dignità di ogni persona, piccola o grande che sia, povera o ricca che sia. Questa a mio avviso è l'etica che noi dobbiamo ricordare, ogni volta che facciamo comunicazione. Nel venire qui ho appreso una notizia d'agenzia: ucciso un giornalista a Mogadiscio. Quanti operatori della verità, dell'informazione, proprio per poterci informare, hanno dato la vita? Rendiamo omaggio anche a loro, oggi. Proprio perché, andando a fare la loro professione, non ci sia più bisogno di dare la vita. Lavoriamo insieme per comunicare, perché il nostro mondo sia un mondo nel quale sia bello vivere e amare.”

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Il Prof. Francesco Petrino, docente di Comunicazione Giudiziaria all’Università La Sapienza ha voluto soffermarsi su quello che potrebbe o dovrebbe essere il confine tra informazione e spettacolarizzazione della notizia.
“Oggi non riceviamo più la notizia come dovrebbe essere, la riceviamo spettacolarizzata, anche quando questo non è necessario. L'ultimo esempio che possiamo citare è quello dell'arresto di Vittorio Emanuele. Aldilà di quali possano essere le nostre opionioni sul personaggio, sulla sua vita privata o sulla sua vita pubblica, credo che arrestare una persona, trasportarla per mille e passa chilometri da Milano a Potenza, arrivare a Potenza alle 5 del mattino, sbatterlo in cella come un mostro qualsiasi non sia un’azione degna di un paese civile. Questo discorso vale per Vittorio Emanuele ma anche per qualsiasi soggetto indagato o accusato di fatti criminosi per i quali non è ancora intervenuto l'accertamento reale. È accaduto questo, per esempio, anche a uno dei difensori di Vittorio Emanuele, l'avvocato Piervito Bardi di Potenza, presidente della Camera Penale della città, che due anni orsono è stato arrestato alle 4 di mattina perché sospettato di collusione con un suo cliente. Non vedo la necessità di arrestare un avvocato alle 4 del mattino, ammanettarlo e farlo scendere di casa in pigiama, portandolo via come un criminale. Ma il fatto più criminoso è che ad attendere al portone, a quell'ora, c'erano una ventina di cronisti e 5 televisioni. Non si riesce a comprendere perché la magistratura deve ricorrere a questa spettacolarizzazione, perché i giornalisti in collusione con la magistratura devono ricorrere a questo metodo di comunicazione. È perché la gente non si accontenta più della normale forma di informazione? Non è vero. È che si vuole dare al pubblico sempre di più, per avere maggiori ascolti, per avere maggiore consumismo di quotidiani, per indurre le persone a leggere ma non a istruirsi, perché un conto è leggere cose mostruose, un altro è far leggere informazione corretta, o anche controinformazione corretta. Questo è uno degli aspetti per i quali non solo occorre un codice deontologico come attualmente esiste, ma anche un'etica della comunicazione che dovrebbe discernere completamente dalla spettacolarizzazione, una cosa diversa che andrebbe riservata allo spettacolo. Non è concepibile che si facciano vedere teste decapitate o bambini seviziati. Il problema riguarda i nostri figli, i nostri nipoti, che si ritroveranno a vivere una sorta di decadentismo dell'informazione e della comunicazione che diventerà diseducativo.”

“Oggi l'intrattenimento di cinema e televisione ci propina esclusivamente diseducazione. Ci insegna come fare i criminali. La maggior parte del cinema che ci viene proposto dalla televisione consiste in un insegnamento e un'esortazione continui alla violenza, alla ruberia, alla furbizia; è questo il mondo che noi vogliamo domani? Credo assolutamente di no. Per questo c'è la necessità che tutti quanti cominciamo a prendere carta e penna e a scrivere alle redazioni dei giornali, delle televisioni, per reclamare; al Garante della Comunicazione perché vengano presi provvedimenti. Provvedimenti che sono indispensabili, perché informazione, spettacolarizzazione, intercettazione e violazione della privacy hanno preso un sopravvento tale che nessuno di noi è più certo di essere libero di muoversi, di poter incontrare qualcuno, parlare al telefono, perché siamo tutti ascoltati.”

“In una città come Lecce, nel corso del 2005, sono state fatte 150mila intercettazioni soltanto al presidente Fitto. Sono il doppio delle intercettazioni fatte negli Stati Uniti in un anno. In Italia ci sono, mediamente, 300mila ascolti all'anno, TelecomItalia ha avuto la fortuna di incappare in questo business che le fa fatturare 450-500 milioni l'anno, che paghiamo noi cittadini. Viene da chiedersi: le intercettazioni servono realmente per finalità giudiziarie o servono per far ‘ingrassare’ qualcuno?”

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La chiusura del convegno è stata affidata ad un giovane operatore del mondo dello spettacolo, Andrea Pezzi, noto volto televisivo prima della emittente MTV ed ora di RaiDue.
“Ho imparato alcune cose cominciando a lavorare in televisione, sul tema della comunicazione; in modo particolare, ce n'è una che per me è stata molto importante, cioè la divisione. Io amo dividere in livelli, perché credo che la vita delle persone sia scandita da livelli, di coscienza, di apprendimento etc. Nella comunicazione, quando si è giovani si ha una sorta di necessità; io amo definire così il primo livello della comunicazione, quello che riguarda i musicisti, gli artisti, quelli che hanno bisogno di esprimere ciò che pensano. Devono scrivere delle canzoni, devono gridare, devono rivoltarsi, devono andare in piazza, devono strillare, devono dire qualcosa. Hanno una necessità profonda che non riescono a controllare e la cui pulsione non riescono a riconoscere, non sanno da dove nasce, che causa ha. C'è poi un secondo livello, che ho cominciato ad apprezzare successivamente, che è il livello di chi parla perché ha uno scopo da ottenere.”

“C'è una frase che amo molto, se non ricordo male è di S. Agostino: ‘Quid est veritas, vir qui adest’. È una specie di anagramma che significa: cos'è la verità, è l'uomo qui adesso. Questo, se vogliamo, è il terzo livello della comunicazione, quando si rompe il rapporto tra la finzione e la realtà, per esempio, quando un politico rompe il gioco della frase da dire. Non si può sperare di vedere, ad esempio a ‘Porta a Porta’, un politico che dica ciò che veramente è la causa che muove le dinamiche del potere di un paese. Perché è troppo complicato, non soltanto perché è difficile spiegare come stanno le cose, ma perché è la rappresentazione l'unico modo attraverso cui uno spettatore può incuriosirsi. Quando guardavo i politici in televisione, da ragazzo, dicevo: non posso pensare che sia tutto così assurdo. Ponendomi questa domanda, come se fossi stato io la persona limitata che non riusciva a capire, ho cominciato a comprendere che c'è un gioco, ci sono frasi, ci sono modi in cui si dice ciò che non si può dire, ma ci si intende. E attraverso questo gioco, questa rappresentazione, fondamentale dai tempi degli antichi, si riesce a tratteggiare un percorso reale all'interno di una civiltà. Poiché la verità non si può dire, la rappresentazione e il gioco delle parti diventano il sistema attraverso il quale si può andare avanti. Quando questo gioco di finzione si rompe, entra, come direbbe Carmelo Bene, l'osceno, cioè ciò che non sta nella finzione, sta fuori dalla scena, all'interno della rappresentazione. Non si tratta soltanto dell'osceno dell'intercettazione, di cui si sta parlando in questi giorni; l'osceno è anche quando, per esempio, un politico comincia a dire la verità.”

“Ho letto ieri su La Repubblica un articolo che mi ha impressionato, dal titolo "La destra non si fa intimidire". Vi leggo la parte finale. "Terminata la manifestazione il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, si ferma a riflettere sulla settimana nera del centro-destra, dai soldi all'Udc allo scandalo An fino al coinvolgimento dell'azzurro Raffaele Fitto nell'inchiesta sulle tangenti alla sanità pugliese. ‘Un politico’ - osserva Cesa – ‘ha il dovere di chiedersi perché queste cose saltano fuori tutte insieme.” È impressionante, anche perché alcune sono storie vecchie e sembra che qualcuno le abbia tenute in caldo in un cassetto. Cesa non pensa ad una manovra della magistratura, quanto a una saldatura fra poteri occulti e stranieri. Nella proprietà di certa carta stampata, che fa da grancassa a queste inchieste, ci sono gruppi stranieri. Forse l'interesse è quello di indebolire l'intero sistema politico italiano, l'anno scorso i Ds, oggi la Casa delle Libertà, per comprarsi in saldo altri pezzi d'Italia, magari qualche banca". “Ecco, per quel poco che ho capito, stando all'interno del mondo in cui oggi vivo, questa è una verità. È una di quelle cose che non si possono dire. Il fatto che oggi un politico dica una cosa del genere mi fa capire che c'è veramente qualcosa, una verità che si sta cominciando a dire, e quel gioco che di solito si deve fare, di apparente finzione per poter portare avanti il paese, si sta rompendo. Ed è questo che, dal mio punto di vista di trentaduenne, è preoccupante. Perché mi è piaciuto moltissimo, quando a un certo punto ho capito come funziona il mondo degli adulti intelligenti: quando ho cominciato a capire che ci sono persone intelligenti ho provato veramente un sentimento di conquista. Mi sono detto che volevo andare avanti, che c'è una strada da fare, perché se un ragazzo non capisce quella rappresentazione e le dinamiche che stanno dietro, resta fermo al palo, mentre se le capisce comincia ad avere un'ambizione, a capire che può cominciare a sedersi a un tavolo. La necessità di capire oltre questa finzione, è fondamentale come il mantenimento di questo gioco di finzioni.” “Per un anno e mezzo ho viaggiato tra Cina, Giappone, Iran, India e Russia. In Giappone un politico mi ha chiesto di spegnere la telecamera e mi ha detto: in fondo non c'è una grande differenza fra voi italiani e noi giapponesi, perché tutti e due abbiamo perso la guerra, solo che noi ce ne siamo accorti. E quando un popolo abbassa la testa, tutti insieme, rimane comunque un popolo. Questa frase mi ha consolato: era un momento, dopo un'intervista di un'ora e mezza, di sincerità privata, che una persona intelligente ha voluto dedicarmi, e mi ha dato una consapevolezza che non è da rivendere o da usare strumentalmente per fare lo strillo di un giornale. Io non credo che il problema morale, della cultura, del giornalismo e i tanti problemi del nostro paese si possano affrontare in modo diretto. Credo che alla radice di questi problemi ci sia sostanzialmente un grande problema, cioè che un paese che non ha una vera identità fatica ad avere una politica identitaria, ad avere una cultura che porti avanti quel disegno politico funzionale e pragmatico, un giornalismo di un certo tipo. Sfido che in Inghilterra le cose sono buone: hanno vinto la guerra, il giornalismo è di inchiesta vera, c'è un'unione totale dei giornalisti rispetto all'identità e agli interessi del paese. In Italia spesso capita di vedere, e cito Mattei, degli italiani che, incredibilmente, sembrano essere tifosi di altre squadre. Non parlo del calcio, parlo degli interessi veri e propri, è una cosa che mi lascia basito; non perché voglio fare il nazionalista, ma perché sono nato qui e se c'è un modo per cui le cose possono andare bene è che ognuno, partendo dal luogo in cui si trova, può aprire una dialettica con gli altri popoli. Nella diversità, nel dialogo del molteplice si guadagna tutti. Bisogna cominciare, piano piano, a dire questo tipo di cose, e questo non vuol dire accusare qualcuno, arrabbiarsi perché siamo colonizzati, non vuol dire fare manifestazioni in piazza, vuol dire soltanto cominciare a prendere consapevolezza, perché la consapevolezza è il primo passo per cambiare veramente le cose. Finché una persona non capisce veramente qual è la sua malattia, cercare una cura è assolutamente inutile.”


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